Le cannonate della Usa nel Golfo di Oman e il sequestro della cargo Touska: così Trump ha risposto alla chiusura di Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono immagini che rimandano immediatamente alla memoria lo stillicidio di tensioni degli ultimi mesi, ma che forse, a guardarle bene, raccontano più di quanto non mostrino: il cacciatorpediniere americano che spara colpi di avvertimento, i Marines che si calano sul ponte, e la lunga scia lasciata dalla portacontainer Touska prima di fermarsi, immobilizzata, nelle acque del Golfo di Oman. L’operazione, resa pubblica da un video diffuso dal Comando Centrale degli Stati Uniti, ha portato all’abbordaggio e al sequestro della nave iraniana accusata di aver tentato di forzare il blocco navale imposto da Washington nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Un’azione che, per la precisione, è scattata dopo sei ore di avvertimenti inascoltati, culminati con un colpo che ha centrato la sala macchine per fermarne la corsa verso il porto di Bandar Abbas.

A raccontarlo, a suo modo, è stato direttamente il presidente americano Donald Trump, che ha definito l’intercettazione come un “fermarli sul posto” prima che potessero oltrepassare il limite. La Touska, hanno spiegato le autorità, era già nel mirino del Tesoro americano per presunte attività illegali pregresse, e ora si trova sotto custodia dei Marines che ne stanno ispezionando il carico. La reazione di Teheran, come era prevedibile, non si è fatta attendere: lo stato maggiore iraniano ha parlato apertamente di “violazione del cessate il fuoco” e di “pirateria marittima”, annunciando al contempo il lancio di droni di sorveglianza e minacciando ritorsioni. Sullo sfondo, la scadenza imminente della tregua – prevista entro la prossima settimana – rende questo episodio molto più di un semplice incidente navale.

Il meccanismo della tensione e la lista dei “cattivi”

Dietro il fragore delle cannonate, c’è però una macchina burocratica e militare che gira a pieno regime da giorni. Il blocco navale, annunciato da Trump dopo il fallimento del primo round negoziale in Pakistan, rappresenta una vera e propria stretta asfissiante sull’economia iraniana. In questo contesto, il controllo dei passaggi marittimi diventa un’arma impropria: lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, è tornato a essere un campo minato. L’operazione di sequestro non è nata per caso, ma si inserisce in una strategia più ampia denominata “Economic Fury” (Furia Economica), volta a intercettare non solo le navi dirette in Iran, ma anche quelle della cosiddetta “flotta ombra” che riforniscono Pechino e altri mercati eludendo le sanzioni.

È una partita a scacchi, insomma, in cui i movimenti delle pedine sono decisi da una lista – quella dei vettori sospetti – che gli Stati Uniti tengono costantemente aggiornata. L’intelligence americana ha imparato a riconoscere i pattern di queste navi, capaci di spegnere i trasponder per non farsi localizzare, e sa bene che colpire la logistica significa colpire il regime dei pasdaran dove fa più male, cioè nei finanziamenti per il programma missilistico e il supporto ai propri alleati regionali. Il sequestro della Touska, in quest’ottica, è un messaggio inequivocabile inviato a tutte quelle compagnie che ancora tentano l’azzardo di attraccare in Iran.

L’effetto Hormuz e le giravolte necessarie

La situazione è paradossale, se si pensa alla fluidità che caratterizzava gli scambi commerciali nello Stretto prima del conflitto. Oggi, come notano gli analisti, il controllo di quel varco è diventato un’insperata leva di ricatto nelle mani dei pasdaran, i quali possono aprire o chiudere il rubinetto energetico mondiale a loro piacimento. Eppure, per la Casa Bianca, la necessità di trovare un compromesso è diventata paradossalmente più urgente di quanto non fosse all’inizio delle ostilità. Il blocco, se da una parte mette in ginocchio l’Iran, dall’altra sta facendo schizzare alle stelle il prezzo del greggio – tornato ben oltre la soglia psicologica dei cento dollari al barile – con conseguenze devastanti per l’economia globale e per l’inflazione interna agli stessi Stati Uniti.

Si spiega così l’ambiguità di una strategia che alterna la forza bruta ai tentativi di dialogo. Mentre i Marines perquisivano la stiva della Touska, l’amministrazione Trump stava preparando la valigia per il secondo round di colloqui in Pakistan, con il vicepresidente J.D. Vance pronto a sedersi al tavolo. Un doppio binario che rivela tutta la fragilità della situazione attuale: da una parte la paura di una guerra aperta e dall’altra l’impossibilità di fare marcia indietro senza perdere la faccia. La tensione, del resto, non riguarda solo le acque del Golfo, ma si riversa come un’onda d’urto sui mercati, costringendo Paesi come la Turchia a cercare rotte terrestri alternative per aggirare il caos.

La lunga attesa davanti allo Stretto chiuso

Per le navi in transito, la vita a Hormuz è diventata una scommessa quotidiana. Aperto, chiuso, semichiuso, minato: lo scenario cambia di ora in ora, alimentando le ansie di un conflitto che può riprendere da un momento all’altro. La replica della chiusura da parte dell’Iran, avvenuta solo 24 ore dopo l’annuncio della riapertura totale, ha dimostrato quanto sia labile la fiducia tra le due sponde del Golfo. E mentre i diplomatici parlano, le petroliere restano all’ancora, in attesa di sapere se potranno o meno superare quel famigerato “collo di bottiglia” che tiene il mondo per la gola.

Se la guerra dovesse riprendere, avverteno gli esperti, lo stop alle esportazioni iraniane potrebbe essere solo l’inizio. Le ripercussioni sulle catene di approvvigionamento cinesi ed europee sarebbero immediate, trasformando un problema regionale in una crisi sistemica. Per ora, l’unica certezza è che lo Stretto di Hormuz resta il luogo dove le diplomazie vanno a morire: ogni colpo di cannone, anche se di avvertimento, allontana un po’ di più la speranza di una soluzione negoziata, spingendo l’ago della bilancia verso una recrudescenza della guerra che tutti, almeno a parole, dicono di voler evitare.

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