L’Iran colpisce i data center di Amazon e Oracle nel Golfo, tra rivendicazioni e smentite: la nuova frontiera della guerra
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Redazione Economia
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Prima dell’alba del primo marzo 2026, alcuni droni Shahed di fabbricazione iraniana hanno centrato due data center di Amazon Web Services negli Emirati Arabi Uniti, mentre una terza infrastruttura commerciale situata in Bahrein è stata ugualmente danneggiata, sebbene non sia chiaro se quest’ultima fosse un obiettivo deliberato o solo un danno collaterale. Si tratta, stando a quanto riferito dagli analisti, della prima volta nella storia militare recente in cui una nazione decide di colpire fisicamente – e non solo tramite cyberattacchi – i luoghi fisici dove risiedono i dati delle multinazionali tecnologiche. Il messaggio, per chi lo volesse cogliere, è piuttosto esplicito: in un conflitto asimmetrico come quello attuale tra Stati Uniti e Iran, non sono più solo le caserme o i centri di comando a finire nel mirino, ma anche quella che potremmo definire l’architettura invisibile della quotidianità digitale.
La strategia dei Guardiani della Rivoluzione contro le Big Tech
Il passo successivo di questa escalation, concretizzatosi nei giorni scorsi, ha visto i Guardiani della Rivoluzione islamica rivendicare un attacco – stavolta diretto – contro un data center di Oracle a Dubai, oltre a reiterare le minacce nei confronti di Amazon in Bahrein. La narrazione ufficiale di Teheran, diffusa attraverso i canali stampa allineati al regime, sostiene che queste operazioni siano una rappresaglia diretta per il supporto militare e tecnologico che colossi come Microsoft, Google, Apple e Meta (solo per citarne alcune) fornirebbero all’apparato bellico statunitense e israeliano. In una nota diffusa sui canali Telegram affiliati alle Guardie, si leggeva che queste compagnie rappresentano “ingranaggi della macchina del terrore” e che i loro dipendenti avevano tempo fino a una certa ora per abbandonare le postazioni per mettersi in salvo.
C’è però un problema di fondo, e riguarda la verifica dei fatti sul campo. Mentre l’Iran alza i toni dichiarando di aver colpito nel cuore pulsante dell’economia della conoscenza degli Emirati, le autorità locali di Dubai e Abu Dhabi hanno prontamente smentito, definendo le notizie di un attacco riuscito alla sede di Oracle come “fake news” prive di fondamento. Il governo di Dubai ha confermato che un edificio che ospita uffici della società tecnologica statunitense (situato nella cosiddetta “Dubai Internet City”) ha effettivamente subito dei danni, ma limitati alla facciata e causati esclusivamente dalla caduta di detriti provenienti da un proiettile intercettato dalle difese aeree, non da un impatto diretto. In sostanza, i razzi sono stati abbattuti in volo, e sono stati i rottami a colpire la struttura, scatenando un piccolo incendio o danni superficiali.
L’impatto sulle infrastrutture digitali e il valore strategico dei dati
A prescindere dall’esito tattico di questi specifici raid, ciò che emerge con chiarezza è un cambiamento strutturale nella natura della guerra. I data center, un tempo considerati bersagli troppo “asettici” o difficili da danneggiare in modo significativo senza un’operazione cyber alle spalle, sono oggi percepiti come vulnerabili quanto una raffineria di petrolio. Sono infrastrutture grandi, spesso isolate e, come dimostrato, sprovviste di sistemi antiaerei dedicati, il che le rende obiettivi “di opportunità” perfetti per chi dispone di un parco di droni. Se pensiamo che la maggior parte dei servizi moderni – dalle transazioni bancarie alle piattaforme di streaming, fino ai sistemi di supporto alle decisioni in campo militare basati sull’intelligenza artificiale – dipende dalla continuità di questi centri, è facile capire perché il delle Guardie Rivoluzionarie abbia deciso di includerli nella lista dei “bersagli legittimi”.
C’è poi un aspetto geopolitico che riguarda il posizionamento stesso del Golfo Persico. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno investito trilioni di dollari negli ultimi anni per trasformarsi in hub globali della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, attirando i capitali di Amazon, Oracle, Google e Nvidia con la promessa di stabilità e bassi costi energetici. L’attacco del primo marzo ha però scosso questa certezza, interrompendo per alcune ore il sistema bancario locale e gettando il panico tra gli investitori internazionali che avevano scommesso su quella regione come alternativa sicura ai data center europei o americani. Colpire Dubai o Manama, in quest’ottica, non significa solo danneggiare un server; significa colpire il simbolo della cooperazione economica tra Stati Uniti e Golfo, una zona grigia dove la finanza globale e l’intelligence si incontrano.
La versione di Dubai e la gestione dell’emergenza
L’approccio delle autorità emiratine alla gestione della crisi è stato improntato a una certa cautela, mescolata a una netta chiusura verso le illazioni. Mentre i media sociali rilanciavano le tesi di Teheran, l’ufficio stampa del governo di Dubai ha dovuto più volte ribadire che non esisteva alcuna struttura di Oracle “distrutta” e che la situazione era sotto controllo. I vigili del fuoco sono intervenuti per mettere in sicurezza l’area interessata dalla caduta dei detriti, ma non ci sono state vittime né feriti tra il personale. È interessante notare come, parallelamente alla retorica bellica, la vita reale abbia subito delle alterazioni significative: diverse chiese nella zona di Dubai hanno sospeso le funzioni in presenza, spostando le celebrazioni pasquali online per timore di nuovi attacchi o per le indicazioni di sicurezza arrivate dalle autorità, le quali hanno raccomandato ai cittadini di non avvicinarsi a eventuali rottami caduti e di segnalarli immediatamente alle forze dell’ordine.
Sullo sfondo di queste scaramucce comunicative, resta il dato di fatto che il conflitto tra Washington e Teheran è ormai entrato in una fase in cui l’economia digitale è ostaggio della deterrenza. Che l’edificio di Oracle sia stato graffiato da un detrito o che un drone abbia sfondato una parete di un server AWS, il principio è stato sancito: le guerre del futuro non si vinceranno (o si perderanno) solo controllando il territorio, ma gestendo la narrativa e proteggendo quei silos di dati che tengono in piedi la nostra società. L’Iran ha dimostrato di avere la capacità fisica di raggiungere questi obiettivi nel cuore del Golfo, mentre l’amministrazione Trump, attualmente alla guida degli Stati Uniti, si trova a dover rispondere a una minaccia che non è solo missilistica, ma profondamente esistenziale per il modello di business occidentale.




