Il giorno in cui la guerra è arrivata alle spiagge di Dubai: missili su Palm Jumeirah, l’incubo dei residenti e l’hub aereo mondiale in ginocchio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il boato, raccontano i testimoni, è stato talmente forte da squarciare il velo di normalità di un sabato qualunque sull’isola più lussuosa del mondo. Poi il fumo, denso e nero, ha iniziato a salire dall’ingresso del Fairmont The Palm, uno degli hotel a cinque stelle più iconici dell’arcipelago artificiale, mentre le sirene delle ambulanze – un suono estraneo alla colonna sonora abituale di Dubai – invadevano le strade solitamente percorse da supercar e turisti. La rappresaglia dell’Iran, scattata nelle prime ore del 28 febbraio come risposta agli attacchi coordinati di Stati Uniti e Israele contro il suo territorio, non ha risparmiato il cuore pulsante del turismo e della finanza degli Emirati Arabi Uniti, trasformando Palm Jumeirah, un’opera ingegneristica dal costo di oltre dieci miliardi di dollari, in un fronte di guerra.

Tra la popolazione residente, composta in larga parte da expat, la tensione è diventata palpabile. Matteo Boffa, imprenditore ticinese che vive a Dubai dal 2016, ha raccontato a chi lo contattava la surrealtà di una serata trascorsa a mettere a letto la figlia mentre nei cieli della città la difesa aerea intercettava droni e missili. «Niente panico», ha precisato con voce calma, «ma fa strano vedere lamassima potenza militare dispiegata sopra le nostre teste mentre fuori dalle finestre la vita prova ad andare avanti». Un contrasto, quello tra la routine domestica e lo spettacolo apocalittico delle esplosioni in alta quota, che ha gettato nello sconcerto migliaia di famiglie, costrette a fare i conti con l’idea che il conflitto mediorientale, fino a ieri percepito come lontano, fosse improvvisamente penetrato nei loro salotti.

Il simbolo del lusso nel mirino: l’attacco al Fairmont e il panico sull’isola

L’impatto più significativo, o almeno quello che ha generato le immagini più drammatiche destinate a fare il giro del mondo in pochi minuti, si è verificato proprio a Palm Jumeirah. Secondo le ricostruzioni fornite dalle agenzie di stampa e confermate dalle autorità locali, a essere centrata è stata l’area limitrofa al Fairmont The Palm, un resort che rappresenta una delle mete più ambite per il jet set internazionale. Che si sia trattato di un missile balistico lanciato dall’Iran, di un drone o, più probabilmente secondo le prime analisi, dei detriti in fiamme conseguenti all’intercettazione da parte dei sistemi di difesa emiratini, il risultato è stato un incendio di vaste proporzioni che ha avvolto parti della struttura, con fiamme e fumo visibili a chilometri di distanza. I gesti quotidiani dei turisti, intenti a godersi il sole o una passeggiata sull’isola a forma di palma, si sono trasformati in una fuga disordinata verso i rifugi, mentre due testimoni hanno riferito all’Afp di aver visto la colonna di fumo alzarsi dall’hotel e di aver udito distintamente il sopraggiungere dei mezzi di soccorso.

Non è stato solo un attacco a un edificio, ma un colpo inferto al cuore simbolico di Dubai. L’arcipelago artificiale, costellato di ville da capogiro e resort esclusivi, era considerato una roccaforte inespugnabile, un parco giochi per ricchi al riparo dalle tensioni che da decenni insanguinano il Medio Oriente. Il bilancio ufficiale fornito dalle autorità di Dubai parla di quattro feriti, un numero che appare quasi miracoloso vista la dinamica e la posizione dell’impatto, avvenuto in una zona ad alta densità turistica e residenziale.

Una risposta a tutto campo: gli obiettivi americani nel Golfo e la paralisi degli aeroporti

La mossa di Teheran, tuttavia, non si è limitata al solo territorio emiratino. La Guardia Rivoluzionaria iraniana ha rivendicato attacchi simultanei contro una serie di obiettivi strategici statunitensi sparsi per il Golfo, con l’intento dichiarato di colpire le basi militari americane nella regione. Oltre all’esplosione su Dubai, razzi e droni hanno preso di mira installazioni in Bahrain – dove ha sede il quartier generale della Quinta Flotta della Marina americana –, in Qatar e in Kuwait. In quest’ultimo Paese, secondo quanto riportato dal ministero della Difesa italiano, l’aeroporto ha riportato alcuni danni, anche se i militari italiani presenti nella base non sarebbero rimasti feriti. L’Arabia Saudita ha immediatamente condannato l’offensiva definendola una «brutale aggressione», mentre il Qatar e gli stessi Emirati Arabi Uniti, pur riuscendo a intercettare buona parte dei vettori nemici grazie ai loro sofisticati sistemi di difesa, hanno fatto sapere di riservarsi il diritto di rispondere all’escalation.

Le conseguenze immediate per Dubai, tuttavia, sono state devastanti sul piano logistico ed economico. Il Dubai International, scalo nevralgico per i collegamenti tra Oriente e Occidente e da anni primo al mondo per numero di passeggeri internazionali, è stato costretto a sospendere tutte le operazioni di volo a partire dal 28 febbraio. Più di settecento voli in arrivo e in partenza sono stati cancellati, con compagnie aeree come Emirates, Etihad, Lufthansa e Air France costrette a dirottare i loro aerei o a lasciare a terra migliaia di passeggeri. Il governo locale ha intimato alla popolazione di restare in casa e di non avvicinarsi agli aeroporti, mentre lo spazio aereo della nazione rimaneva di fatto off limits, un blocco che secondo gli analisti comporterà perdite miliardarie per l’economia dello sceiccato, già messa a dura prova dall’instabilità regionale.

Voci e silenzi nella notte di Teheran mentre la diplomazia trattiene il fiato

Mentre le fiamme al Fairmont venivano domate e la polizia isolava l’intera area di Palm Jumeirah, da Teheran filtravano notizie frammentarie e difficilmente verificabili. L’onda d’urto degli attacchi preventivi statunitensi e israeliani – denominati rispettivamente «Operazione Epic Fury» e «Operazione Roaring Lion» – aveva scosso la capitale iraniana, con esplosioni udite in diversi quartieri. Le agenzie di stampa internazionali hanno rilanciato voci insistenti circa la possibile morte di figure di spicco del regime, tra cui lo stesso leader supremo Ali Khamenei, circostanze però prive di conferme ufficiali e che le stesse autorità di Teheran si sono affrettate a smentire, dichiarando che tutti gli alti funzionari sono vivi e operativi.

Quel che appare certo è che l’Iran, nell’organizzare la sua rappresaglia, abbia voluto lanciare un messaggio chiaro e terribile ai suoi avversari: nessun luogo, nemmeno le dorate e apparentemente immuni spiagge di Dubai, può più considerarsi al sicuro. Il conflitto, da scontro ombra fatto di cyber attacchi e assassini mirati, è tornato a essere una guerra di missili e droni che semina morte e distruzione su suolo civile. I residenti, molti dei quali stranieri, si sono riversati nei supermercati per fare scorte di cibo e acqua, mentre le farmacie venivano prese d’assalto, in una corsa contro il tempo per prepararsi a quello che potrebbe essere solo l’inizio di una lunga e sanguinosa escalation regionale.

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