Aviano, la base Usaf nel mirino dei missili iraniani: allerta a ‘Bravo Plus’
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Redazione Esteri
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Per la prima volta dall’inizio delle ostilità aperte tra l’asse Stati Uniti-Israele e la Repubblica Islamica dell’Iran, la base aerea di Aviano si trova a essere posizionata entro il raggio d’azione dei vettori balistici di Teheran. Un’evenienza che, va detto, resta al momento fortemente teorica: da un lato perché l’Italia – ed è un elemento che pesa non poco nel quadro delle valutazioni strategiche – non partecipa alle operazioni militari sul territorio iraniano; dall’altro perché nelle tre settimane trascorse dall’inizio della guerra, l’installazione friulana non è stata direttamente coinvolta nel dispiegamento dei caccia verso il teatro mediorientale. Il livello di allerta, come confermato da fonti militari, è stato portato a ‘Bravo Plus’, una soglia che indica un incremento delle misure di sicurezza senza però configurare ancora un pericolo imminente. Si tratta di una decisione ponderata, che riflette la consapevolezza di una nuova realtà geografica: quella per cui uno scalo considerato tradizionalmente retrostante rispetto alla prima linea si trova oggi a condividere lo stesso raggio di minaccia di altre basi più esposte.
L’incursione tecnologica e lo scetticismo eurocentrico
La capacità dimostrata dall’Iran di raggiungere con i propri missili Diego Garcia, l’atollo nell’Oceano Indiano dove gli angloamericani hanno un’installazione strategica distante oltre 4 mila chilometri, ha provocato quella che molti giornali italiani hanno definito una reazione di “gran stupore”. Eppure, se si osserva con attenzione l’evoluzione geopolitica degli ultimi decenni, quella sorpresa appare forse ingenua. Mentre l’attenzione europea rimaneva spesso ancorata a un’analisi eurocentrica, sottovalutando – magari inconsciamente – i progressi altrui, si sono consolidati blocchi come i Brics e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Una delle domande ricorrenti, in passato, era perché le nazioni cosiddette del “sud del mondo” non intervenissero più attivamente sulla questione palestinese. Oggi, invece, il dato concreto è un altro: negli ultimi dieci anni, accordi siglati dalla Cina con questi stessi paesi hanno favorito scambi di materie prime e, soprattutto, di tecnologia. Un trasferimento di know-how che, evidentemente, ha prodotto effetti tangibili anche nel settore missilistico iraniano, tanto da rendere possibile un salto di qualità balistico che ora mette in discussione le vecchie certezze sulle distanze di sicurezza.
Le parole di Tricarico e le crepe nell’intelligence
A gettare ulteriore luce sull’eccezionalità dell’accaduto è stata l’analisi di Leonardo Tricarico, già capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare italiana. In un’intervista rilasciata a La Stampa, l’ex vertice dell’Arma azzurra ha definito “inquietante” la circostanza per cui l’operazione iraniana contro Diego Garcia sia riuscita a sorprendere “tutti”, e in particolare “gli addetti ai lavori”. Un aggettivo, inquietante, che non lascia spazio a fraintesi: secondo Tricarico, qualcosa nella filiera della raccolta o nella successiva valutazione delle informazioni non ha funzionato come avrebbe dovuto. È un’ammissione implicita di un punto di caduta, di una falla nella capacità di previsione che coinvolge non solo Israele ma l’intero apparato di intelligence occidentale. L’idea che un’installazione così remota e strategicamente protetta potesse essere raggiunta da un vettore lanciato dal territorio iraniano era, fino a poche settimane fa, considerata un’ipotesi remota.
Le operazioni israeliane e il quadro degli attacchi
Il contesto in cui si inserisce questa escalation è segnato da una intensità offensiva senza precedenti. Secondo il rapporto rilasciato dal portavoce in lingua araba delle Israel Defense Forces, Avichay Adraee, nelle ultime 48 ore l’esercito israeliano ha colpito oltre 300 obiettivi in Iran e 17 in territorio libanese. Tra i bersagli colpiti nella Repubblica Islamica figurano siti di stoccaggio di missili – sia sotterranei che superficiali –, nascondigli, basi delle forze paramilitari Basij, piattaforme di lancio per missili balistici e, circostanza particolarmente significativa, sedici aeromobili appartenenti al delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Un quadro di operazioni che dimostra come lo scontro sia entrato in una fase di attacco diretto alle infrastrutture militari iraniane, allontanandosi dalla logica della guerra per procura. A ciò si aggiunge la notizia – riportata dalla diretta di martedì 23 marzo – di una telefonata tra il primo ministro britannico Keir Starmer e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, a testimonianza del fatto che i canali diplomatici tra i principali alleati occidentali restano aperti anche mentre l’attività militare sul campo si intensifica.




