Aviano, la base Usaf ora nel mirino dei missili iraniani: allerta a ‘Bravo Plus’ dopo il raid su Diego Garcia
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Redazione Esteri
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PORDENONE – Per la prima volta dall’inizio delle ostilità militari tra l’asse Stati Uniti-Israele e la Repubblica Islamica dell’Iran, la base aerea di Aviano – cuore strategico del dispositivo americano nel Nordest – entra nel raggio potenzialmente coperto dai vettori del regime di Teheran. Un cambio di prospettiva che non deriva tanto da una dichiarazione esplicita del governo iraniano, quanto da un dato geografico e tecnico diventato lampante nelle ultime ore: i due missili balistici lanciati contro la base anglo-americana di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, hanno coperto una distanza di circa 3.800.000 chilometri, raddoppiando di fatto la gittata che gli analisti militari attribuivano fino a ieri ai depositi iraniani. Se quella minaccia, per fortuna, si è rivelata al momento assai remota per l’installazione pordenonese, il dato tecnico impone una riconsiderazione delle mappe della sicurezza: ciò che era considerato un teorema puramente accademico è diventato, con il fumo degli intercettori lanciati da una nave americana nelle acque dell’arcipelago delle Chagos, una concreta capacità operativa.
L’attacco a Diego Garcia, isola che ospita una base congiunta anglo-americana nota anche come “Bomber Island” e distante circa 3.800 chilometri dalle coste iraniane, ha rappresentato una sorta di svolta silenziosa ma inequivocabile nel conflitto in corso. Teheran ha sostenuto per anni di non disporre di missili con un raggio d’azione superiore ai 2.000 chilometri; la scelta di colpire un obiettivo a quella distanza – fallita per l’intercettazione di uno dei due vettori e per un guasto tecnico dell’altro – è servita però a dimostrare che l’asticella tecnologica è stata alzata. Secondo fonti filogovernative iraniane, i vettori utilizzati sarebbero missili a raggio intermedio (Irbm), mentre tra gli esperti indipendenti si ipotizza l’uso di prototipi o di versioni alleggerite del Khorramshahr-4, sacrificando il carico utile per guadagnare in portata. Le implicazioni, per l’Italia e per il Friuli Venezia Giulia, sono evidenti: tracciando un cerchio ideale con centro a Teheran e raggio di 4.000 chilometri, Aviano – così come Roma, Londra e Parigi – finisce dentro quella circonferenza.
Nonostante la ridefinizione della minaccia, all’interno del 31st Fighter Wing di Aviano il livello di allerta rimane invariato a “Bravo Plus”, uno stato costante che non è stato innalzato nemmeno dopo l’attacco israelo-americano all’impianto nucleare di Natanz di qualche giorno fa, né dopo il lancio verso Diego Garcia. Questo status, spiegano le autorità militari statunitensi, non è stato attivato in risposta all’operazione in corso in Medio Oriente, ma risale a giugno dello scorso anno, quando l’asse con Israele aveva già preso di mira il programma nucleare di Teheran. Piuttosto, a cambiare è stato il perimetro esterno: su indicazione del Ministero dell’Interno e del Viminale, la Prefettura di Pordenone ha disposto un potenziamento straordinario della sorveglianza su tutti gli obiettivi sensibili, con un’attenzione particolare alle infrastrutture legate agli interessi americani e israeliani presenti sul territorio.
A differenza di quanto accaduto in passato – quando l’innalzamento della soglia di attenzione aveva visto il passaggio a livello “Charlie” durante le crisi in Siria o nei Balcani – stavolta l’attività operativa della base non è stata direttamente coinvolta nell’invio di caccia nello scenario mediorientale, un fattore che contribuisce a mantenere la percezione del rischio su un piano contenuto. La valutazione della situazione si gioca su un doppio binario: da un lato, la dimostrazione di forza iraniana via missile, dall’altro, la consapevolezza che l’Italia non partecipa direttamente alle operazioni belliche contro Teheran. Eppure, per gli strateghi della Nato, il messaggio lanciato via Oceano Indiano è chiaro: l’Europa centro-meridionale non è più un’area retrostante rispetto a un conflitto mediorientale, ma rientra a pieno Titolo nella mappa dei potenziali bersagli.
La lezione di Diego Garcia e la ridefinizione della gittata iraniana
L’attacco a Diego Garcia – una meraviglia di spiagge bianche e noci di cocco che ospita sottomarini nucleari e velivoli strategici americani – rappresenta un punto di non ritorno nella valutazione della capacità di deterrenza iraniana. Non tanto per il risultato militare, che è stato nullo, quanto per l’intenzione strategica: colpire un obiettivo a 4.000 chilometri di distanza, forzando le navi della marina statunitense a consumare intercettori SM-3 per difendere una base considerata fino a ieri al riparo dalla portata dei vettori di Teheran. L’analisi tecnica di quanto accaduto si scontra ancora con il riserbo degli analisti: fonti governative iraniane parlano genericamente di Irbm, ma tra gli esperti indipendenti si fanno strada ipotesi più specifiche legate a una possibile modifica sperimentale dei vettori esistenti. Quel che è certo è che i 3.800 chilometri di mare tra l’Iran e l’atollo delle Chagos sono stati percorsi da due ordigni, il che modifica in modo sostanziale le valutazioni precedenti.
Per la base di Aviano, lontana circa 3.700 chilometri dal territorio iraniano, la conseguenza è immediata: se fino a poche settimane fa i manuali militari indicavano che il raggio massimo dei missili di Teheran si fermava prima del bacino del Mediterraneo centrale, oggi la soglia è stata superata. Lo hanno riconosciuto pubblicamente anche le autorità israeliane, con il capo di stato maggiore delle Idf che ha dichiarato come Roma, Berlino e Parigi siano ormai alla portata di tiro diretta. Naturalmente, la distanza potenziale è solo uno dei fattori in gioco: la Nato mantiene attivo in Europa uno scudo antimissile che fa perno sulle installazioni Aegis Ashore in Romania e Polonia, oltre che sulle navi equipaggiate con il sistema Aegis presenti nel Mediterraneo. Ma il fatto stesso che si debba discutere di intercettare missili diretti verso basi alleate a migliaia di chilometri dalle linee del fronte cambia la natura stessa del conflitto.
Una sorveglianza che si fa capillare tra Pordenone e la pedemontana
Dal punto di vista operativo, la risposta italiana si è concentrata sul rafforzamento dei dispositivi di sicurezza esterni alla base. Il prefetto di Pordenone ha messo a punto un piano dettagliato che prevede una mappatura costante dei siti sensibili – dalle stazioni ferroviarie ai luoghi di culto, dalle infrastrutture critiche agli edifici istituzionali – con un’attenzione particolare alle aree circostanti l’aeroporto “Pagliano e Gori”. Si tratta di un meccanismo già rodato, che era stato attivato già lo scorso anno durante le prime fasi delle ostilità e che ora viene semplicemente mantenuto su un livello di guardia elevato, in attesa che l’evoluzione degli eventi suggerisca eventuali aggiornamenti.
Diversa, e strettamente interna all’area militare, la situazione legata alla gestione degli ordigni bellici del passato: proprio in questi giorni, nella zona sud della base, è stata rinvenuta una bomba inesplosa risalente alla Seconda Guerra Mondiale. Un ritrovamento che nulla ha a che fare con l’attuale crisi mediorientale, ma che impone l’intervento dei guastatori dell’esercito per il brillamento, mantenendo alta l’attenzione sul perimetro già presidiato. La combinazione di questi elementi – la minaccia esterna ridefinita dai missili a lungo raggio e le procedure interne di bonifica bellica – restituisce l’immagine di una struttura in stato di allerta costante, abituata a convivere con la propria natura di obiettivo sensibile, ma oggi chiamata a fare i conti con un salto di qualità nella tecnologia offensiva dell’avversario.




