Il traliccio tagliato in Carnia e il petrolio fermo per tre giorni: l’intelligence indaga sul sabotaggio al cuore dell’energia europea
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Redazione Interno
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Non è stato un semplice crollo, né tantomeno un cedimento dovuto al maltempo o alla vetustà delle strutture, quello che lo scorso 25 marzo ha piegato come un fuscello un sostegno dell’alta tensione a Terzo di Tolmezzo, frazione sperduta tra le montagne della Carnia. Il danno, fisico e volontario – come emerge con chiarezza dagli atti investigativi – ha innescato una reazione a catena le cui ripercussioni si sono spinte ben oltre i confini nazionali, fino a fermare il flusso di greggio verso il cuore pulsante dell’industria tedesca. A pagarne le conseguenze, per tre lunghi giorni, è stato il Transalpine Pipeline (Tal), l’oleodotto che dal porto di Trieste alimenta le raffinerie di Baviera e Baden-Württemberg, costringendo giganti come la Miro (nei pressi di Karlsruhe) e la Bayernoil a intaccare le proprie riserve strategiche.
Un’esecuzione chirurgica tra i boschi
Le prime ricostruzioni, avallate dagli inquirenti del Ros dei carabinieri sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste, descrivono un intervento tutt’altro che improvvisato. Secondo le testimonianze raccolte sul campo – che gli investigatori custodiscono con la massima riservatezza – due piedi del traliccio numero 416 della linea a 132 kV Tolmezzo-Paluzza sarebbero stati recisi di netto. L’ipotesi più accreditata parla dell’utilizzo di una fiamma ossidrica o di un cannello a gas, uno strumento che lascia segni caratteristici sull’acciaio e che tradisce una preparazione tecnica non comune. Non si è cercato il crollo istantaneo e plateale, quanto piuttosto un cedimento lento e programmato, tale da interrompere l’erogazione di energia senza sollevare immediati sospetti di natura dolosa. Un modus operandi che, se confermato, rivela una conoscenza approfondita delle dinamiche di risposta delle infrastrutture critiche.
Il polverone mediatico e la gelida smentita dell’oleodotto
Il caso è esploso solo nei giorni scorsi, quando i media tedeschi – in primis il settimanale “Welt am Sonntag” e “Business Insider” – hanno rotto un silenzio che durava da due settimane, parlando apertamente di “sabotaggio” e di un attacco diretto alla sicurezza energetica della Germania. Le indiscrezioni provenienti da Oltralpe hanno però incontrato il muro di gomma della società Tal. In una nota ufficiale, l’azienda ha infatti ridimensionato drasticamente la portata dell’evento, liquidandolo come un “rallentamento tecnico delle attività dovuto a molteplici occorrenze, proprie e di terzi”. Una precisazione, quest’ultima, che suona quasi come una smentita categorica: “Qualsiasi informazione relativa ad azioni esterne da parte di terzi nei confronti di qualsiasi parte dell’impianto di Tal è non veritiera”. Se per l’oleodotto non c’è stato alcun attacco diretto (il danno al traliccio si trovava a oltre 12 chilometri dalla stazione di pompaggio di Paluzza), lo stesso non si può dire per Terna, il gestore della rete elettrica nazionale, che ha invece formalizzato una denuncia contro ignoti per il danneggiamento del proprio sostegno.
Piste tedesche, attenzione globale e il precedente del 1972
Nonostante le rassicurazioni della società proprietaria dell’oleodotto, i registri investigativi raccontano una realtà ben più preoccupante. A conferma della gravità della situazione, i carabinieri del Ros e i magistrati triestini hanno già attivato canali di cooperazione con i servizi segreti italiani e tedeschi. L’infrastruttura colpita indirettamente – l’oleodotto Tal – è infatti considerata un “obiettivo sensibile” di prim’ordine per la sicurezza del Vecchio Continente. Non è certo la prima volta che finisce nel mirino di azioni destabilizzanti: già nel 1972, l’organizzazione terroristica palestinese “Settembre Nero” tentò di colpire le stesse strutture, fallendo l’attacco solo per una serie di errori tecnici commessi dagli esecutori materiali. Oggi, in un contesto geopolitico segnato da tensioni latenti e guerre ibride, l’ombra di un’azione condotta da forze statali o para-statali non viene affatto esclusa dagli analisti, sebbene gli inquirenti mantengano il massimo riserbo sulla direzione degli accertamenti.
Petroliere in attesa e i dubbi sulla tempistica
Un dettaglio non secondario, che ha alimentato i sospetti degli strateghi della sicurezza, riguarda le movimentazioni marittime nel Golfo di Trieste proprio in quei giorni. Fonti del settore logistico hanno segnalato un accumulo inusuale di navi cisterna in rada, in attesa di scaricare il greggio da destinare agli impianti. Un fenomeno che il presidente di Siot e general manager di Tal, Alessandro Gorla, ha pubblicamente giustificato come una strategia aziendale per “garantire la massima quantità di greggio a disposizione” in un periodo di incertezza. Tuttavia, la coincidenza temporale con il blocco della fornitura ha acceso più di un campanello d’allarme. Se da un lato l’interruzione è durata lo stretto necessario per riparare il traliccio (i lavori si sono conclusi entro il 29 marzo), dall’altro l’efficacia dell’operazione ha dimostrato quanto sia vulnerabile una filiera energetica che molti davano per scontata. E mentre la magistratura cerca di stabilire se si sia trattato di un atto dimostrativo, di un test per saggiare i tempi di reazione occidentali o di un sabotaggio volto a colpire l’economia tedesca, una cosa è certa: il traliccio di Tolmezzo è diventato improvvisamente il simbolo di una guerra invisibile che si combatte anche sui monti del Friuli.




