Il conto della guerra all’Iran: al Pentagono servono oltre 5 miliardi per le sole munizioni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dieci giorni di operazioni militari congiunte con Israele sul territorio iraniano sono costati agli Stati Uniti una cifra che oscilla tra i cinque e i sei miliardi di dollari, stando ai primi conteggi presentati dai vertici del Pentagono al Congresso. Il dato, emerso nel corso di audizioni a porte chiuse e riportato da fonti vicine al dossier, si riferisce in larga parte al consumo di munizioni di precisione e ai sistemi di interceptor – i missili progettati per abbattere i droni e i razzi nemici – usati nei primi due giorni di conflitto, un vero e proprio salasso per le casse della Difesa americana. Sebbene l’amministrazione Trump abbia inizialmente parlato di un costo giornaliero vicino al miliardo di dollari, le stime aggiornate consegnate ai legislatori lunedì scorso dipingono uno scenario finanziario ben più pesante, con voci di spesa che includono non solo gli ordigni ma anche il dispiegamento della flotta e la logistica delle operazioni. Le commissioni Bilancio di Camera e Senato si apprestano ora a esaminare una richiesta di fondi supplementari, necessaria per rimpiazzare gli arsenali svuotati e per sostenere le prossime fasi della campagna.

L’impatto sui mercati e il caso BlackRock

Se il Pentagono conta i proiettili, Wall Street conta i punti persi. La guerra in una regione strategica come il Golfo Persico, e in particolare la minaccia concreta della chiusura dello Stretto di Hormuz attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, ha fatto tremare i listini di mezzo mondo. La borsa di Tokyo ha perso in una seduta il 3%, Francoforte e Parigi sono scese oltre il 3,5%, mentre Londra ha lasciato sul terreno quasi 300 punti. In questo contesto di avversione al rischio, anche i grandi fondi di investimento hanno iniziato a soffrire. Il Titolo di BlackRock, il colosso del risparmio gestito da Larry Fink, ha registrato in sette giorni un calo del 12%, salvo poi recuperare timidamente l’1,8% in una seduta successiva. Il problema, spiegano gli analisti, è duplice: da un lato i titoli azionari legati all’energia e ai trasporti marittimi scendono rapidamente, dall’altro gli strumenti finanziari che hanno quei titoli come sottostante faticano a trovare acquirenti, in un mercato dove la liquidità tende a ritirarsi e a riparare verso asset considerati più sicuri.

Le conseguenze per l’Europa e l’analisi dell’economista Volpe

Oltre i numeri della finanza, ci sono quelli dell’economia reale. L’Italia, come il resto d’Europa, si trova a fare i conti con una crisi energetica che rischia di diventare strutturale. Alessandro Volpe, economista e docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa, in un’intervista all’agenzia Dire ha lanciato un allarme chiaro: sostenere l’offensiva a guida americana, per il nostro Paese, "rappresenta un suicidio". Il ragionamento di Volpe parte dalla dipendenza energetica nazionale: l’Italia importa circa l’80% del suo fabbisogno, e dopo aver perso le forniture via gasdotto dalla Russia a causa del conflitto in Ucraina, ora rischia di vedersi chiudere anche la rotta marittima dal Golfo. Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia attraverso cui passano il petrolio e il gas liquefatto delle petromonarchie, e la sua chiusura, anche solo parziale, sta già facendo schizzare i prezzi alle stelle. Le piccole e medie imprese, spina dorsale del tessuto produttivo italiano, rischiano di essere schiacciate da costi energetici insostenibili, con ricadute pesanti su bollette, inflazione e debito pubblico. Volpe mette in guardia anche dall’ondata speculativa: la volatilità dei prezzi di gas e petrolio, con barili che hanno toccato i 120 dollari per poi ridiscendere a 90 nell’arco di poche ore, non dipende solo dai combattimenti ma anche da manovre finanziarie di chi scommette sui futures energetici, creando ulteriore instabilità per chi produce davvero.

Il bilancio militare e i feriti americani

Sul piano militare, la macchina da guerra americana continua a macinare numeri imponenti: circa cinquemila obiettivi colpiti, inclusi siti di lancio missilistici e navi della flotta iraniana, e cinquanta imbarcazioni nemiche affondate secondo le prime stime. Ma a fronte di questi risultati, c’è un costo umano che inizia a diventare rilevante. Il Pentagono ha ufficializzato che dall’inizio dell’operazione, il 28 febbraio, i feriti tra i militari statunitensi sono circa 140. La portavoce della Casa Bianca, sollecitata sui dati, ha confermato la cifra, parlando di una "forchetta" attendibile, mentre il Dipartimento della Difesa precisa che la maggior parte delle lesioni sono di lieve entità e che oltre cento soldati sono già tornati in servizio. Otto di loro, tuttavia, sono ancora in condizioni critiche e ricevono le cure del caso. In un conflitto che, nelle intenzioni iniziali, doveva essere una "escursione" breve, l’accumularsi di perdite e feriti rischia di riaprire il dibattito sull’opportunità e la durata della missione, soprattutto ora che l’Iran, nonostante abbia visto ridurre del 90% la propria capacità di lancio, minaccia rappresaglie e mantiene in allerta l’intera regione.

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