Iran, colpiti target Usa in Bahrein e Kuwait: il Centcom contrattacca, mediatori spingono per la tregua ma Trump valuta la guerra totale
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Redazione Esteri
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Continua senza sosta il conflitto tra Stati Uniti e Iran, con un'importante escalation registrata nelle ultime ore dopo che l'esercito iraniano ha annunciato ufficialmente di aver preso di mira, con un lancio di missili terra-terra, una base statunitense situata in Kuwait e altri siti americani in Bahrein.
L'agenzia di stampa ufficiale Irna ha diffuso la notizia citando fonti militari, specificando che i sistemi missilistici Himars dell'esercito statunitense, di stanza nella base di Arifijan, sarebbero stati l'obiettivo primario dell'azione offensiva iraniana, che segna un netto inasprimento delle ostilità dopo i raid americani delle scorse notti.
Le reazioni non si sono fatte attendere e, mentre il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) valuta la risposta sul campo, si moltiplicano le indiscrezioni relative a un possibile tentativo di mediazione per scongiurare un allargamento del conflitto, anche se da Washington filtra la possibilità che l'amministrazione Trump sia orientata verso una soluzione militare su larga scala.
La strategia iraniana e il fronte del Golfo
Dietro gli attacchi di questi giorni, che hanno interessato non solo obiettivi militari ma anche infrastrutture civili di primaria importanza, si intravede una precisa strategia da parte di Teheran, volta a colpire gli interessi americani e dei suoi alleati nell'area del Golfo Persico attraverso un piano che gli analisti definiscono "della sete", mirato cioè a minare le risorse idriche e petrolifere della regione.
In questo quadro si inserisce il bombardamento prolungato contro il Kuwait, dove un impianto di desalinizzazione è stato gravemente danneggiato e le operazioni all'aeroporto internazionale sono state sospese a causa delle ripetute minacce di missili e droni che hanno reso insicuro lo spazio aereo dell'emirato.
Le immagini che arrivano da Mangaf mostrano fiamme alte e un denso fumo nero che si alza da un impianto petrolifero colpito dai razzi, mentre le autorità locali hanno attivato le procedure di emergenza per mettere in sicurezza la popolazione e limitare i danni ambientali, in una situazione di crescente tensione che tiene il mondo col fiato sospeso.
La risposta del Kuwait e le ripercussioni diplomatiche
Di fronte a questa ondata di attacchi che hanno colpito duramente le sue infrastrutture vitali, il Kuwait ha reagito con una nota ufficiale del ministero degli Esteri in cui si afferma che il Paese si riserva il pieno diritto di adottare tutte le misure necessarie per preservare la propria sicurezza e difendere il proprio territorio da qualsiasi aggressione o minaccia, chiedendo contestualmente all'Iran di mettere fine ai bombardamenti.
La posizione dell'emirato, che si trova in una posizione geografica estremamente delicata e ospita basi militari statunitensi fondamentali per la logistica e le operazioni aeree nella regione, riflette il difficile equilibrio in cui si trovano molti Paesi del Golfo, costretti a gestire la pressione di Teheran senza rompere l'alleanza con Washington.
Le dichiarazioni ufficiali, pur mantenendo un tono misurato, lasciano intendere che il Kuwait non escluderebbe una risposta militare diretta qualora gli attacchi dovessero proseguire, mentre la comunità internazionale osserva con preoccupazione l'escalation che rischia di coinvolgere l'intera area, già provata da anni di instabilità e crisi.
I tentativi di mediazione e lo scenario di una guerra totale
In questo clima di crescente tensione, secondo quanto riportato da Axios citando fonti vicine ai negoziati, i mediatori iraniani starebbero spingendo con insistenza per una tregua che possa fermare la spirale di violenza e riportare le parti a un tavolo di confronto, ma l'amministrazione Trump sembra intenzionata a valutare l'ipotesi di una guerra totale per risolvere definitivamente la questione nucleare e la minaccia rappresentata dal programma missilistico iraniano.
Le prossime ore saranno decisive per capire se prevarrà la via diplomatica, per quanto impervia e complicata da attuare in un contesto di reciproca sfiducia, o se gli Stati Uniti opteranno per un'azione militare di vasta portata che potrebbe travolgere l'intero Medio Oriente, con conseguenze incalcolabili per la stabilità globale e per gli equilibri energetici mondiali.
Il conflitto, che aveva conosciuto una fase di relativa calma dopo i raid israeliani dei mesi scorsi, sembra essere entrato in una nuova e pericolosa fase, caratterizzata da una crescente volontà di scontro diretto tra le due potenze, in un gioco che non sembra avere vincitori e che rischia di trasformare il Golfo in un fronte caldo dalle proporzioni inedite.




