Il paradosso Virtus: primo in classifica ma Ivanovic paga il prezzo dello spogliatoio
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Redazione Sport
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La notizia è esplosa nella tarda serata di ieri, con un comunicato stampa che, per quanto asciutto e formale nella sua veste istituzionale, ha di fatto certificato la fine dell’era Dusko Ivanovic sulla panchina della Virtus Bologna. A essere sollevato dall’incarico di head coach è stato l’artefice dell’ultimo scudetto tricolore, un tecnico che, con i suoi 68 anni e un palmares di tutto rispetto, sembrava aver trovato nella città felsinea il luogo ideale per scrivere un altro capitolo importante della propria carriera. Insieme a lui, lascia il club anche l’assistente Nenad Trajkovic, spazzato via da quella che, a tutti gli effetti, si configura come una scelta drastica operata dalla dirigenza bianconera. Al suo posto, la società ha deciso di puntare sull’uomo che fino a ieri era il suo vice: Nenad Jakovljevic, promosso sul campo per traghettare la squadra verso il rush finale di una stagione che, almeno sul piano del campionato italiano, vede la Virtus sedere in vetta alla classifica. Con lui, nello staff tecnico, entreranno Daniele Parente e Cristian Fedrigo, chiamati a supportare un allenatore che, nonostante la giovane età – è un classe 1988 –, vanta già esperienze internazionali di alto livello, maturate tra il Bayern Monaco, la Stella Rossa e la panchina della nazionale serba.
Se il verdetto è stato comunicato soltanto poche ore dopo la sconfitta nel derby d’Italia contro l’Olimpia Milano – un passivo di 103-87 che, in ottica europea, è risultato essere l’ennesima conferma di un percorso in Eurolega ormai compromesso –, i retroscena che emergono nelle ore successive raccontano di una crisi latente ben più profonda. Quella contro la squadra di Ettore Messina, infatti, è stata soltanto la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di tensioni. Il vero nodo, secondo le prime ricostruzioni offerte dalla stampa specializzata, risiederebbe nel rapporto logoro tra il tecnico montenegrino e alcuni dei senatori dello spogliatoio, un conflitto degenerato fino a diventare insanabile. Il caso più eclatante riguarda Carsen Edwards, la stella e miglior marcatore della scorsa Eurolega, che nel match del Forum ha giocato meno di dieci minuti: una scelta tecnica, aveva spiegato Ivanovic in conferenza stampa, ma che nei fatti rappresentava l’ennesima crepa in un rapporto ormai ai minimi termini. La frattura, a quanto pare, era già emersa nei giorni precedenti, in particolare nel ko contro Reggio Emilia, e la dirigenza avrebbe valutato come inevitabile prendere le distanze dal proprio allenatore per preservare l’equilibrio di un gruppo che, nonostante tutto, continua a viaggiare a vele spiegate in campionato.
A rendere ancora più paradossale la situazione, spingendo molti addetti ai lavori a parlare di vero e proprio “fulmine a ciel sereno” nonostante i segnali premonitori, è la dicotomia tra i risultati conseguiti in LBA e il rendimento opaco in Europa. La Virtus è la squadra campione d’Italia in carica, ha conquistato lo scudetto meno di un anno fa e attualmente guida la classifica del campionato con un margine importante sulle inseguitrici. Tuttavia, questo primato non è bastato a salvare Ivanovic, il quale lascia Bologna dopo 478 giorni di lavoro e con un record in Eurolega (13 vittorie e 20 sconfitte) che ha finito per pesare come un macigno, considerando anche le otto sconfitte nelle ultime dieci uscite continentali. Il suo addio, dunque, si inserisce in un solco già tracciato quest’anno nel basket europeo, quello degli esoneri dei cosiddetti “patriarchi” della panchina over 60, una tendenza che aveva già visto protagonisti, in precedenza, figure del calibro di Zelimir Obradovic e lo stesso Ettore Messina.
Il testimone passa così a Nenad Jakovljevic, un tecnico che conosce perfettamente l’ambiente per aver già ricoperto il ruolo di assistente in passato e che, per la Virtus, rappresenta la scommessa della continuità tattica innestata sulla linfa di una nuova leadership. Per lui, che aveva già avuto modo di sedere sulla panchina bianconera durante un breve interregno prima dell’arrivo di Ivanovic, si tratta di una sfida delicatissima: raccogliere un’eredità pesante, gestire una rosa costruita per vincere e farlo in un momento in cui gli umori nello spogliatoio sembravano essersi incrinati in modo irreversibile. La sua promozione, delineata come una soluzione immediata per il prosieguo della stagione sportiva, lascia intendere la volontà della società di affidarsi a un profilo giovane ma già ben inserito nel contesto del basket europeo, capace di garantire quella stabilità che nelle ultime settimane sembrava essere venuta meno. La sua prima uscita, ormai imminente, dirà se il cambio in corsa sarà stato la mossa giusta per ricompattare l’ambiente o se, al contrario, il peso di una panchina così prestigiosa si rivelerà troppo gravoso per un esordiente.
I retroscena di un rapporto logoro
A emergere con sempre maggiore chiarezza nelle ricostruzioni dei fatti è la dinamica che ha portato alla rottura tra il club e il tecnico serbo. Non si è trattato, a ben guardare, di un fulmine a ciel sereno, bensì dell’esito inevitabile di un progressivo logorio iniziato diverse settimane fa. Già a fine febbraio, nonostante le voci di un possibile rinnovo circolassero con insistenza, dopo la delusione per l’eliminazione in semifinale di Coppa Italia, qualcosa aveva iniziato a scricchiolare. Il momento di apparente serenità era stato il 15 marzo, con la vittoria in emergenza proprio contro Milano in campionato, un trionfo che aveva portato Ivanovic a pronunciare una frase divenuta celebre: “Non esistono problemi ma soluzioni”. Un mantra, quello della gestione della pressione, che però ha mostrato tutte le sue crepe appena una settimana dopo. Le successive sconfitte contro Hapoel Tel Aviv e, soprattutto, il ko nel derby di Reggio Emilia, avevano acceso i riflettori su un nervosismo palpabile, con il coach che non aveva esitato a criticare pubblicamente l’atteggiamento della sua squadra. L’epilogo, con la gestione del minutaggio di Edwards e la scelta di non fornire spiegazioni approfondite, ha rappresentato il punto di non ritorno, costringendo Massimo Zanetti e la dirigenza a intervenire prima che la situazione degenerasse ulteriormente in vista della fase decisiva della stagione.
Una scommessa interna per il futuro
La scelta di affidare la panchina a Nenad Jakovljevic, piuttosto che cercare un traghettatore esterno, rappresenta una chiara indicazione di rotta da parte della Virtus. Il nuovo head coach, originario della Serbia ma con un passato importante in Italia, ha mosso i primi passi nel mondo della panchina proprio nel nostro paese, costruendo solide basi tattiche e analitiche a Trento prima di spiccare il volo verso l’Eurolega. Arrivato a Bologna nel dicembre 2023 come assistente di Luca Banchi, è rimasto nell’organigramma tecnico anche dopo l’avvicendamento in panchina, diventando una figura di riferimento per la sua preparazione e per la capacità di leggere le partite in corso d’opera. Conosciuto dagli addetti ai lavori per la sua meticolosità, Jakovljevic gode della fiducia della dirigenza, che gli ha affidato non un semplice interim ma un ruolo da protagonista per chiudere la stagione, con la possibilità – se il rendimento sarà all’altezza – di giocarsi le proprie chance anche per un futuro più a lungo termine. A supportarlo in questa avventura ci sarà uno staff tecnico rinnovato, con la conferma di alcune figure storiche e l’inserimento di nuovi elementi pronti a coadiuvarlo in un compito che, sulla carta, appare semplice solo nel nome: difendere il titolo di campione d’Italia e restituire dignità a un cammino europeo che fino a ora aveva riservato più ombre che luci.




