Il killer di Minneapolis, quell'ossessione malata per i bambini

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L'autore della strage alla scuola cattolica Annunciation di Minneapolis, Robin Westman, ventitreenne, non ha agito in un raptus di follia improvviso ma mosso da un'ossessione premeditata e lucidamente costruita, quella di voler "uccidere bambini". È questa la terribile verità emersa dalle indagini delle autorità, le quali hanno ricostruito un profilo dell'assassino – che ha spento le vite di Harper Moyski, dieci anni, e Fletcher Merkel, otto – pregno di un odio meticolosamente pianificato.

Il capo della polizia Brian O'Hara, nel rendere noti i dettagli operativi – ben 116 colpi di fucile esplosi contro le vetrate dell'edificio sacro – ha sottolineato senza mezzi termini come l'intenzione primaria dell'attacco, avvenuto durante la messa per l'inizio dell'anno scolastico, fosse proprio quella di "terrorizzare quei bambini innocenti". Una crudeltà, la sua, alimentata dall'ammirazione per altri assassini di massa, che lo ha spinto a prendere di mira deliberatamente i più piccoli in un luogo che dovrebbe simboleggiare la massima sicurezza e protezione.

Mentre gli investigatori continuano a scavare nel passato e nelle motivazioni del killer, un ostacolo inatteso, seppur non insolito in casi del genere, si è parato loro davanti: il rifiuto categorico della madre di Robin Westman di collaborare attivamente con gli inquirenti. Una scelta, la sua, che se da un lato costituisce un diritto legale, dall'altra complica non poco il lavoro di chi cerca di dare una risposta, per quanto impossibile, a una comunità straziata dal dolore.

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