Garlasco, la procura di Milano indaga per stalking su Poggi e Cappa: pm Pansa riunisce duecento querele

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il caso di Garlasco, quello stillicidio giudiziario che da quasi diciassette anni tiene banco tra aule di tribunale e trasmissioni televisive, si arricchisce di un nuovo, e inaspettato, capitolo. Non si tratta, questa volta, di un colpo di scena sulle tracce di dna o sulle impronte digitali lasciate nella villetta di via Pascoli, bensì di un’inchiesta parallela che sposta improvvisamente il riflettore dagli indagati per l’omicidio di Chiara Poggi a coloro che, di quell’omicidio, hanno fatto un oggetto di narrazione quotidiana. La Procura di Milano, infatti, avrebbe aperto un fascicolo per atti persecutori – reato noto ai più come stalking – nei confronti di un gruppo eterogeneo di soggetti: blogger, direttori di settimanali, giornalisti e comunicatori, tutti accomunati dall’aver preso di mira, secondo l’accusa, i familiari della vittima e le persone a loro vicine, in particolare le cugine Paola e Stefania Cappa.

L’esclusiva di Nuzzi e la strategia del pm Pansa

A dare notizia di questa ulteriore svolta è stato Gianluigi Nuzzi, durante la sua trasmissione “Dentro la notizia”, e la ricostruzione offerta dal giornalista dipinge il quadro di un’iniziativa giudiziaria di ampio respiro. Il pubblico ministero Antonio Pansa, lo stesso che ha coordinato le riaperte indagini sull’assassinio di Chiara, avrebbe infatti compiuto una mossa di carattere prettamente strategico: riunire sotto un unico tetto processuale qualcosa come duecento querele presentate nell’arco del tempo dai Poggi, ai quali si aggiunge un centinaio di denunce depositate dalle gemelle Cappa. Un numero impressionante di episodi di diffamazione e molestie, molti dei quali maturati nell’ultimo anno, da quando il cosiddetto “Garlasco bis” ha riacceso i riflettori mediatici su una vicenda che molti speravano ormai archiviata.

La rappresaglia legale: quando l’odio social diventa atto persecutorio

La nuova inchiesta non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici in quel fenomeno, ormai difficilmente controllabile, degli “odatori social”. Dall’apertura del nuovo filone d’indagine che vede Andrea Sempio accusato dell’omicidio – un’accusa che la Procura di Pavia ha formalizzato solo dopo approfonditi accertamenti – si è scatenata una vera e propria caccia all’uomo digitale, ma con un bersaglio quanto meno singolare. Invece di concentrare l’attenzione esclusivamente sugli aspetti tecnici del delitto o sulle personalità degli indagati, molti commentatori online hanno scelto di riversare la loro aggressività proprio sui parenti di Chiara. Le cugine Cappa, in particolare, sono state fatte oggetto di messaggi violenti e ricostruzioni fantasiose che le tiravano in ballo senza alcun fondamento: una deriva che l’avvocato della famiglia, pur senza entrare nel merito delle singole querele, avrebbe definito insostenibile, arrivando a dichiarare che persino l’eventuale restituzione di somme di denaro – riferendosi forse ad altre controversie pregresse – “non sarebbe un problema” pur di porre fine alla persecuzione.

Il rischio penale per chi commenta il caso oltre il limite della cronaca

Quali sono, dunque, i rischi concreti per i giornalisti e i blogger finiti nel mirino della procura milanese? L’accusa di atti persecutori, in Italia, è tutt’altro che una formalità: chi viene condannato per stalking rischia la reclusione da uno a sei anni e sei mesi, una pena che si inasprisce ulteriormente se il reato è commesso ai danni di persone legate da parentela o se si avvale di strumenti informatici. Nel caso specifico, la strategia del pm Pansa sembra voler mandare un segnale preciso: non basta che un singolo post o un singolo articolo sia diffamatorio per innescare un procedimento di questa natura, ma è l’insieme delle condotte – ripetute, invasive, idonee a generare uno stato di ansia e timore nelle vittime – a configurare il reato. I familiari di Chiara Poggi, dopo sedici anni di dolore e di esposizione mediatica, hanno evidentemente deciso di non tollerare oltre quella che considerano una seconda vittimizzazione, e la procura, raccogliendo le loro querele come tessere di un mosaico, ha scelto di dare loro ragione sulla parte più spinosa della vicenda, quella extracronaca.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.