Piazza Affari e l’ultimatum di Trump: tenuta Fincantieri, tonfo Leonardo tra tensioni e petrolio
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran, sebbene abbia portato un temporaneo sollievo sui mercati globali dopo settimane di crisi nello Stretto di Hormuz, non è riuscita a dissipare del tutto la nebbia che avvolge le previsioni degli investitori, i quali si trovano ora a dover fare i conti con una nuova scadenza ravvicinata. Se da un lato Piazza Affari ha dimostrato una certa vitalità, distinguendosi positivamente rispetto alle principali Borse europee in una giornata caratterizzata da acquisti diffusi, dall’altro l’orologio della diplomazia scorre inesorabile verso la mezzanotte di martedì, quando l’ultimatum lanciato dal presidente Donald Trump – che ha ribadito con forza come la libertà di navigazione sia un prerequisito non negoziabile per qualsiasi accordo di pace – potrebbe trasformarsi in un’escalation militare mirata a distruggere le infrastrutture energetiche iraniane. Il petrolio, benché in leggero rimbalzo con il Brent attestarsi intorno ai 111,5 dollari al barile, rimane l’indicatore più sensibile di questo precario equilibrio, dove ogni parola pronunciata oltreoceano amplifica la volatilità degli asset.
La seduta odierna, tuttavia, ha raccontato una storia di netta divergenza tra i titoli industriali e quelli legati alla difesa e all’automotive, con il Ftse Mib che ha inizialmente accelerato sostenuto dalle società tecnologiche e infrastrutturali. A spiccare in positivo è stato il settore dei semiconduttori, trainato da Stm (+4,2% secondo le ultime rilevazioni), la cui corsa è stata alimentata dalle solide previsioni di utili operative comunicate da Samsung per il primo trimestre – un segnale di resilienza per la filiera dei chip che gli investitori hanno prontamente accolto con favore. Parallelamente, Fincantieri ha registrato un rialzo consistente (oltre il 2%), beneficiando non solo di una promozione da parte degli analisti di Jefferies – che ne hanno rivalutato il target price in virtù degli ordini record nel settore della difesa e di una solida generazione di cassa – ma anche di recenti partnership industriali negli Stati Uniti che ne consolidano la posizione internazionale.
Il crollo di Leonardo e l’incognita dei vertici
A fare da contraltare a questi rialzi, e a frenare l’entusiasmo dell’indice milanese, ci ha pensato invece Leonardo, le cui azioni sono sprofondate fino a toccare un -8% nel corso della giornata, riportandosi sui livelli di fine marzo. La pressione al ribasso non è stata determinata dalle tensioni geopolitiche in sé, quanto piuttosto da un rumor insistente che sta agitando gli ambienti finanziari: secondo fonti vicine al dossier, il governo – attraverso il Tesoro – starebbe valutando l’ipotesi di non riconfermare l’attuale amministratore delegato Roberto Cingolani per un nuovo mandato triennale. Questa prospettiva, definita “sorprendente” da alcuni analisti di Equita data la performance dell’azienda negli ultimi anni e il fatto che Cingolani fosse stato nominato dall’esecutivo attuale, ha scatenato un’ondata di vendite che ha trascinato giù l’intero comparto della difesa, complice anche un contesto generale già di per sé fragile. Al contrario, Stellantis ha continuato a mostrare segni di cedimento, registrando una flessione di circa il 4% in un contesto di mercato che penalizza i titoli ciclici legati ai consumi, mentre il comparto bancario (con Intesa e Banco Bpm positivi) ha offerto un parziale argine alla caduta.
Petrolio e scenari energetici tra attacchi e ultimatum
Mentre i listini europei – tra cui Parigi (-0,7%) e Francoforte (-1%) – hanno chiuso la seduta in territorio negativo, risentendo dell’assenza di de-escalation e dell’inasprimento verbale proveniente da Washington, il fronte energetico rimane il vero banco di prova per la tenuta economica globale. Le esplosioni segnalate sull’isola di Kharg, sede del principale terminale di esportazione del greggio iraniano, hanno riacceso i timori di un’interruzione prolungata delle forniture, timori che non sono stati placati nemmeno dall’avvertimento dell’OPEC+ sui danni strutturali che il conflitto sta infliggendo alle infrastrutture. In questo scenario, il gas naturale al Ttf di Amsterdam ha ripreso a correre (+3,2%), complice la paura che la chiusura di fatto dello Stretto possa innescare una crisi dei prezzi destinata a riverberarsi sulle bollette europee proprio mentre si chiude la stagione degli stoccaggi invernali.
Il differenziale e le materie prime
Sul versante obbligazionario, lo spread tra Btp e Bund ha subito un leggero peggioramento, toccando quota 90 punti base, con il rendimento del decennale italiano che si è portato al 3,98% in un contesto di flight to quality verso i bond tedeschi. L’euro, dal canto suo, si è mantenuto stabile intorno a 1,169 dollari, mostrando una certa tenuta nonostante le turbolenze geopolitiche, mentre l’oro ha leggermente arretrato (-0,2%) attestandosi a 4.640 dollari l’oncia, segno che gli investitori stanno ancora cercando di decifrare se la crisi in Medio Oriente rappresenti uno shock temporaneo o l’inizio di una nuova era di tensioni permanenti. A fare da spartiacque, nelle prossime ore, sarà esclusivamente la risposta di Teheran alle minacce di Trump: senza una riapertura del canale, i prezzi del greggio potrebbero subire una nuova impennata, mettendo a dura prova le riprese delle Borse europee, già provate da una settimana di Pasqua caratterizzata da acquisti cauti e vendite mirate.




