Il mondo scopre il nuovo disordine globale
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Redazione Esteri
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Il conflitto apertosi contro l’Iran, con le sue ramificazioni che si estendono dal Mediterraneo al Golfo Persico, rappresenta molto più di un semplice ennesimo capitolo di una guerra regionale: esso agisce come una sorta di cartina di tornasole, mettendo a nudo con una chiarezza forse mai vista prima la fragilità intrinseca di un sistema globale che si credeva ormai stabilmente multipolare. Non si tratta soltanto di uno scontro tra Israele e la Repubblica Islamica, quanto piuttosto di una crisi che trascina con sé, quasi in una reazione a catena, gli interessi contrapposti di Russia, Cina e Europa, incrinando l’idea stessa di un ordine internazionale basato su regole condivise. A farlo, in questo quadro, è un comportamento sempre più assertivo da parte degli Stati Uniti, i quali – in un modo che ricorda certe dinamiche imperiali del passato – mostrano apertamente di considerare il diritto internazionale non come un vincolo, ma come un semplice accessorio subordinato ai propri interessi strategici immediati.
La crisi, sul campo, si traduce in un’escalation che tocca direttamente il confine settentrionale di Israele, dove l’organizzazione libanese Hezbollah – fedele alleata di Teheran – ha intensificato le proprie operazioni. I recenti attacchi contro Nahariya e altre aree della Galilea, testimoniati da video che mostrano incendi divampare tra le abitazioni, indicano una volontà precisa di aprire un fronte che mette a dura prova le capacità di difesa israeliane. Da parte sua, il governo di Tel Aviv risponde con una strategia che va oltre la semplice reazione militare, cercando di ridefinire i confini di fatto del conflitto: le dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz, secondo cui centinaia di migliaia di sfollati libanesi non potranno far ritorno alle loro case a sud del fiume Litani finché la sicurezza del nord di Israele non sarà garantita, configurano un tentativo di stabilire una “zona cuscinetto” de facto, con conseguenze umanitarie che rischiano di aggravarsi ulteriormente.
In questo scenario, emerge con forza il pensiero di analisti come Mario Giro, docente di relazioni internazionali ed ex viceministro degli Esteri, che da tempo sostiene una tesi tanto impopolare quanto difficile da confutare nell’analisi dell’attualità: la politica della forza, la guerra intesa come strumento di risoluzione delle controversie, ha già fallito, eppure lascerà inevitabilmente dietro di sé una scia di conseguenze destabilizzanti. Giro, riprendendo concetti cari a una certa dottrina pacifista ma applicandoli con rigore alla contingenza geopolitica, osserva come la guerra tenda a sfuggire al controllo di chi la scatena, trasformandosi in una “pandemia” che infetta intere regioni; la sua inutilità, sostiene il professore, è dimostrata dal fatto che nessuno dei conflitti degli ultimi decenni ha davvero risolto i problemi per cui era stato iniziato, limitandosi invece a generare nuovi squilibri.
A complicare ulteriormente il quadro, si inseriscono le ambiguità della politica israeliana, con il premier Netanyahu che sembra muoversi su un doppio binario. Se da un lato si accoda – per ora – alle indicazioni provenienti da Washington, dove il presidente Trump esercita una pressione costante volta a subordinare le relazioni internazionali alla logica del “vincolo territoriale” e degli interessi economici immediati, dall’altro lato non rinuncia a proseguire con i bombardamenti, quasi a voler dettare sul terreno i termini di un eventuale negoziato. L’obiettivo dichiarato, che prevede la trasformazione del Paese in un hub energetico regionale, si scontra però con la concorrenza dell’Egitto e con le ferite aperte nei sistemi di difesa, rivelando quanto sia complesso gestire una strategia che cerca di coniugare la potenza militare con le esigenze di una stabilità che, allo stato attuale, appare più come una tregua armata che come una vera pace.
L’illusione della deterrenza e il prezzo delle alleanze
Nel dettaglio degli sviluppi giudiziari e militari, si coglie la contraddizione di fondo che attraversa la regione. Mentre gli Stati Uniti inviano nuovi contingenti militari nel Golfo – si parla di circa duemila soldati in più – e l’Iran nega pubblicamente l’esistenza di colloqui diretti con gli americani, sul terreno le dinamiche sembrano suggerire una realtà più sfumata. Le parole di Giro, quando afferma che “le guerre sono diventate tutte inutili”, trovano una loro drammatica verifica nel fatto che le parti in causa, pur esasperando la retorica bellica, sembrano aver preso atto dell’impossibilità di una vittoria decisiva. È una consapevolezza, questa, che non porta però a una distensione, ma piuttosto a una prosecuzione del conflitto per logoramento, dove ogni attacco incrociato – come quelli di Hezbollah che colpiscono obiettivi civili o militari israeliani – risponde più a una logica di “non sconfitta” che a una reale strategia di conquista.
L’attenzione si sposta così su un piano più ampio, quello della ridefinizione degli equilibri di potere. La politica estera trumpiana, nel suo secondo mandato, ha accelerato quel processo di erosione del multilateralismo che era già in atto, mostrando come la forza militare e la leva economica (basti pensare all’uso dei dazi come strumento di coercizione politica) vengano oggi utilizzate senza più alcun tentativo di mediazione formale. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, questa situazione rappresenta una sfida esistenziale: chiamata a prendere posizione tra il sostegno storico all’alleanza atlantica e la necessità di preservare un’idea di diritto internazionale che garantisca la sopravvivenza delle piccole e medie potenze, l’Unione rischia di rimanere schiacciata tra le pressioni di Washington e le conseguenze di un conflitto che alle sue porte, nel Mediterraneo orientale, sta ridisegnando gli equilibri energetici e migratori.
La trappola della “zona di sicurezza”
A complicare ulteriormente il quadro sul campo, l’iniziativa israeliana di istituire una “zona di sicurezza” a sud del Litani si configura come un’operazione dalle conseguenze giuridiche e umanitarie potenzialmente devastanti. La decisione di controllare i ponti sul fiume e di impedire il rientro degli sfollati – come ribadito da Katz – trasforma una misura tattica in un progetto di modificazione territoriale che richiama alla memoria scenari di occupazione permanente. L’atteggiamento del governo libanese, che in risposta ha espulso il principale inviato diplomatico iraniano, dimostra quanto questa crisi stia mettendo in tensione anche i fragili equilibri interni del Paese dei cedri, storicamente diviso tra l’influenza di Hezbollah e le istanze di sovranità nazionale.
In questo quadro di frammentazione, l’analisi si sofferma inevitabilmente sul ruolo della diplomazia vaticana e di quelle figure, come Giro, che provengono dall’esperienza della Comunità di Sant’Egidio, le quali hanno sempre sostenuto la necessità di superare la logica degli schieramenti per aprirsi a negoziati puri. L’invito a guardare alla guerra “come un male in sé”, capace di deturpare anche chi la subisce, rappresenta forse l’unico antidoto culturale all’escalation di violenza. E mentre Netanyahu – con lo sguardo rivolto a Trump e ai futuri assetti energetici – sembra giocare una partita a lungo termine, il rischio concreto è che le “conseguenze gravi” paventate dagli analisti si traducano in un nuovo status quo di conflitto permanente, dove la sicurezza di pochi viene pagata con l’instabilità di molti.




