La vecchia Europa di Schuman nell’ora dei dazi e del “disordine” globale

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’Europa, oggi, compie gli anni. E se è vero, come sospettano molti osservatori, che l’attenzione del dibattito pubblico sia in questo momento calamitata altrove – in quell’overdose mediatica legata ai risvolti giudiziari del caso Garlasco, che vede emergere nuove intercettazioni e il silenzio di un indagato -3-6 –, la ricorrenza del 9 maggio merita comunque una riflessione che vada oltre il rituale celebrativo. La data, si sa, affonda le sue radici nella celebre Dichiarazione Schuman del 1950, quando l’allora ministro degli Esteri francese (insieme all’economista Jean Monnet) immaginò di sovvertire la logica millenaria della conflittualità europea mettendo in comune la produzione di carbone e acciaio; quei beni, non a caso, che costituivano l’ossatura bellica dei vecchi nazionalismi. Da quella prima, concreta, solidarietà di fatto nacque la Ceca, progenitrice dell’attuale Unione.

L’inerzia non è più un lusso sostenibile

Eppure, per decenni, questo magnifico progetto ha potuto permettersi il lusso di navigare a vista. La sicurezza, gratuitamente garantita dalla cappa protettiva americana; l’energia, a buon mercato dai giacimenti russi; i mercati, globalmente aperti da una globalizzazione felice: tutto questo ha consentito all’Unione di non scegliere mai davvero. Si avanzava per compromessi minimi, rifugiandosi nella tecnica burocratica e trasformando la complessità in una sorta di scudo contro le derive politiche. Oggi, però, lo scenario è radicalmente mutato: la presidenza Trump (ormai stabilmente insediato alla Casa Bianca da oltre un anno) ha riacceso la pressione commerciale con un ultimatum preciso che pende sul tavolo di Bruxelles, legato all’accordo di Turnberry e alla minaccia di dazi immediati su auto e merci se non si troverà un’intesa entro il prossimo 4 luglio. Non solo: la guerra ai confini orientali ridefinisce in tempo reale il concetto di sovranità e difesa, rendendo obsoleta quella vecchia inerzia che per anni ha sostituito la politica.

Il paradosso della potenza normativa

Proprio in questa fragilità, tuttavia, emerge la specificità europea. L’Unione, lo ricordano gli esperti di diritto internazionale, non è sempre stata l’entità complessa che conosciamo oggi: nata come mero mercato comune, ha saputo trasformarsi in uno spazio di cittadinanza attiva, dotandosi di strumenti come il Gdpr per la protezione dei dati o l’Ai Act per l’intelligenza artificiale, cioè di quei regolamenti che (al contrario del modello statunitense più orientato alle grandi ration) cercano di imbrigliare il capitalismo dentro maglie sociali e democratiche. È un paradosso affascinante: a differenza di altri giganti geopolitici, l’Europa possiede un peso economico enorme e una forza regolativa senza pari, ma fatica a trasformare questa interdipendenza interna in potenza politica estera. Il filosofo Jürgen Habermas, d’altronde, ci ha lasciato il monito secondo cui questo modello di “costituzionalismo internazionale” basato su valori liberali resta forse l’unica vera alternativa al disordine dei “nuovi imperi” predatorii.

Un compleanno tra riti e responsabilità

Le voci critiche, spesso provenienti dai movimenti sovranisti, colgono nel segno quando sottolineano l’eccesso di burocratizzazione e l’ipertrofia normativa che talvolta strozza imprese e cittadini. Tuttavia, come sottolineato in occasione delle celebrazioni ufficiali del 2025, lo spirito della dichiarazione è più vivo che mai proprio perché il “tirare a campare” non è più contemplato. La sfida, oggi, non è replicare i modelli della forza tradizionale (carri armati e dazi), ma rendere più rapida e coesa la macchina decisionale. L’Europa, insomma, deve dotarsi della capacità di difendere i propri interessi senza rinunciare a quella specificità normativa che la rende un unicum nel panorama mondiale. E se l’attenzione delle cronache è altrove, pazienza: la costruzione di questa complessa macchina procede ugualmente, tra pressioni commerciali, inchieste giudiziarie che tengono banco e la necessità di dimostrare che l’utopia del 1950 è la sola arma realistica per non sprofondare nel caos.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.