Naufragio a Islamabad: falliti i colloqui Usa-Iran, Vance accusa Teheran sul nucleare
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Redazione Esteri
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Oltre ventuno ore di trattative, una tregua già fragile e un’intera regione in ostaggio delle mine disseminate nello Stretto di Hormuz, non sono bastate per ricucire lo strappo tra Washington e Teheran. È ufficialmente fallito, a Islamabad, il primo round di faccia a faccia di questa portata dal 1979 – anno della rivoluzione islamica – con il vicepresidente americano, j.D. Vance, che ha annunciato il proprio rientro in patria prima ancora che le polveri della diplomazia si fossero depositate. La sua accusa, netta e priva di giri di parole, ha inchiodato la Repubblica islamica all’impossibilità di fornire quella “promessa definitiva” riguardante l’abbandono dell’arma nucleare e la completa riapertura dello Stretto, un passaggio che gli Stati Uniti considerano non negoziabile.
Il nodo di Hormuz e lo stallo nucleare
Il naufragio del negoziato, come confermano le fonti raccolte in loco, non è stato un fulmine a ciel sereno, bensì l’esito di divergenze insormontabili emerse sin dalle prime battute. Da un lato, Vance – che ha definito la proposta americana come “la nostra migliore offerta finale” – ha puntato il dito contro la mancata volontà di Teheran di smantellare le proprie ambizioni atomiche, un dossier che per l’amministrazione Trump rappresenta la “ragione fondamentale” del conflitto in corso. Dall’altro, la televisione di Stato iraniana, raccogliendo il testimone delle dichiarazioni rilasciate ad Al Jazeera, ha rovesciato la narrazione, parlando di “richieste irragionevoli” e di una controparte che avrebbe ignorato sistematicamente le iniziative portate sul tavolo dalla delegazione guidata dal presidente del parlamento Mohammad Bagher Qalibaf. Se Teheran ammette che nessuno si aspettava un’intesa al primo colpo, la realtà dei fatti racconta di una trattativa andata avanti a oltranza, con Vance che ha consultato il presidente Donald Trump almeno in mezza dozzina di occasioni, se non di più, senza però trovare quella quadratura del cerchio capace di scongiurare la rottura.
Il braccio di ferro militare nel Golfo
Mentre i diplomatici alzavano la posta, nel Golfo Persico il livello di tensione ha subito una pericolosa impennata, dettata soprattutto dalla situazione nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti hanno rivendicato l’avvio di operazioni di sminamento, condotte da cacciatorpediniere come la USS Frank E Peterson e la USS Michael Murphy, con l’obiettivo dichiarato di riaprire un passaggio vitale per il commercio globale e che Teheran, di fatto, continua a tenere in ostaggio. La risposta iraniana non si è fatta attendere ed è stata, prevedibilmente, durissima: una smentita categorica delle operazioni di bonifica (“incontreranno una ferma risposta”, ha avvertito un portavoce delle forze armate), accompagnata dalla minaccia implicita che qualsiasi tentativo di attraversamento delle acque senza il consenso di Teheran verrà considerato un atto ostile. La contrapposizione è totale se si considera che, da una parte, Trump ha liquidato la minaccia delle mine come l’estrema ratio di una macchina bellica iraniana ormai a terra – ricordando la distruzione delle marine, dell’aeronautica e delle fabbriche di missili – e dall’altra, i Pasdaran ribadiscono che la sovranità sullo Stretto non è negoziabile e che le loro 28 navi posamine, contrariamente a quanto affermato dagli americani, non sarebbero affatto in fondo al mare.
Un fallimento annunciato con conseguenze pesanti
Di fatto, il cessate il fuoco che aveva portato le due parti a sedersi al tavolo di Islamabad – mediato dal Pakistan insieme ad altre nazioni – si regge ora su un equilibrio ancora più precario di prima. La dichiarazione di Vance, che ha sottolineato come l’assenza di un accordo sia “cattiva notizia per l’Iran molto più che per gli Stati Uniti”, non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche, così come l’affermazione della Farnesina iraniana, la quale invita Washington a desistere dalle “richieste eccessive” e a riconoscere i “legittimi diritti e interessi” della Repubblica islamica. A Islamabad, nel frattempo, la cartellonistica che celebrava i colloqui è già stata smantellata, quasi a voler rimuovere in fretta la speranza di una distensione che sembrava, se non a portata di mano, almeno una possibilità concreta. Resta sullo sfondo, minacciosa, la situazione di uno Stretto di Hormuz minato, dove le mine rappresentano un pericolo oggettivo per le petroliere e dove la pretesa americana di riaprire il corridoio con la forza potrebbe innescare la scintilla decisiva per un’escalation che nessuno, almeno ufficialmente, sembra più in grado di controllare.




