Rovereto, la bomba della memoria neutralizzata dopo l'attesa di un mese
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Redazione Interno
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Con un'operazione meticolosa, il cui esito positivo era atteso ma non scontato, il Secondo reggimento genio guastatori alpini dell'esercito ha posto fine alla minaccia che, dal 16 dicembre, gravava sul cuore della città. L'ordigno bellico, un residuato degli attacchi aerei del secondo conflitto mondiale classificato come una bomba d'aereo AN-M65 da 1000 libre, è stato infatti brillato in sicurezza nella cava di Pilcante, nel comune di Ala, dopo essere stato trasportato via terra con un convoglio speciale. L'operazione, battezzata "Leno", ha chiuso un capitolo di apprensione per la comunità cittadina, costretta a convivere per settimane con il ricordo materiale di un conflitto lontano ma la cui eredità, come dimostrano periodicamente ritrovamenti analoghi in tutta la Penisola, continua a emergere dal sottosuolo durante lavori di scavo o di ristrutturazione.
Il piano di sicurezza e l'evacuazione di migliaia di persone
La complessità dell'intervento, che richiedeva una preparazione logistico-organizzativa pari a quella tecnica, ha imposto misure di sicurezza senza precedenti per la zona. A partire dalle prime ore della mattina di domenica, infatti, è stata istituita un'area di rispetto, la cosiddetta "zona rossa", con un raggio di 591 metri dall'epicentro del ritrovamento, nell'area dell'ex Cofler tra via Maioliche e via Ronchi. In quel perimetro, più di seimila residenti hanno dovuto abbandonare temporaneamente le proprie abitazioni, obbedendo a un piano di evacuazione predisposto per garantire l'incolumità di tutti, mentre un'area più ampia, la "zona gialla", vedeva il divieto assoluto di circolazione all'aperto. La gestione di questo aspetto, delicatissimo, è stata affidata a una task force che, operando dalla Sala Operativa allestita presso il comando della Polizia locale, ha coordinato gli sforzi di Protezione Civile, Forze dell'ordine e Azienda sanitaria.
La macchina dei soccorsi per i soggetti più fragili
Particolare attenzione, com'è doveroso in simili circostanze, è stata riservata alle persone non autosufficienti o con esigenze sanitarie specifiche. L'Azienda sanitaria, in stretta collaborazione con Trentino Emergenza, ha infatti predisposto un piano ad hoc per la gestione e il trasferimento in sicurezza dei degenti dell'ospedale Santa Maria del Carmine e di tutti coloro che, allettati o considerati fragili, non avrebbero potuto affrontare lo spostamento senza un'assistenza dedicata. Questo sforzo, peraltro, ha permesso di non interrompere i servizi ospedalieri essenziali, che sono stati regolarmente garantiti in sedi alternative e sicure, dimostrando come la resilienza di un sistema passi anche dalla capacità di proteggere chi è più esposto ai rischi.
La riapertura e il ritorno alla normalità
Il segnale acustico della sirena, poco prima delle dieci, ha dato il via alle delicate manovre tecniche per il prelievo e il trasporto dell'ordigno, operazioni condotte in un silenzio carico di tensione nelle strade ormai deserte. Solo a missione ultimata, con l'esplosione controllata in cava e la conferma dell'avvenuta neutralizzazione, le restrizioni sono state revocate. La zona rossa è stata riaperta, consentendo a migliaia di persone di fare ritorno alle proprie case, di riappropriarsi degli spazi quotidiani e di chiudere, finalmente, un'esperienza di disagio e di attesa. L'episodio, al di là della sua risoluzione positiva, lascia in eredità una riflessione sulla persistenza dei pericoli del passato e sull'efficacia di un sistema di risposta che, in questo caso, ha funzionato come un ingranaggio ben oliato, coinvolgendo una pluralità di attori istituzionali, dai rappresentanti del Commissariato del Governo agli enti locali, uniti dall'obiettivo comune della pubblica incolumità.




