Danni all'economia russa, Putin ammette le crepe. E a Mosca tornano le code per la benzina

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre Vladimir Putin continua a cercare una formula magica per rilanciare l'economia russa, i conti dello Stato vanno di male in peggio e nelle strade della capitale ricompare lo spettro della carenza di carburante. Davanti ai distributori di Mosca si allungano nuovamente code di decine di automobili, un'immagine che riporta indietro nel tempo e che accende i riflettori sulle fragilità di un sistema messo in ginocchio dagli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche.

Il presidente Vladimir Putin, nel corso della riunione del Consiglio per lo sviluppo strategico e i progetti nazionali tenutasi il 19 agosto, ha dovuto prendere atto della situazione, ammettendo che i raid, sebbene non abbiano conseguenze critiche, stanno provocando danni evidenti all'economia del Paese.

L'attacco alle raffinerie e il ritorno dei razionamenti

L'origine di questa nuova ondata di disagi va ricercata nei recenti bombardamenti con droni che hanno colpito le grandi infrastrutture petrolifere della Federazione Russa. L'obiettivo dichiarato di Kiev è quello di portare il peso materiale del conflitto all'interno della società russa, colpendo il cuore pulsante della sua economia. La strategia sembra funzionare: se a luglio la crisi sembrava essersi attenuata, il nuovo attacco alla raffineria di Jaroslavl, a nord di Mosca, ha innescato un immediato collo di bottiglia e l'indisponibilità locale di alcune tipologie di benzina.

La risposta delle autorità non si è fatta attendere, con conseguenze pesanti per i cittadini. Le principali compagnie petrolifere, tra cui Gazprom Neft e Lukoil, hanno reintrodotto limiti all'acquisto di carburante. A Mosca, un singolo cliente può acquistare al massimo 40 litri di benzina, mentre Rosneft ha fissato un tetto di 30 litri per veicolo.

Una situazione che ha generato non solo lunghe attese, ma anche episodi di tensione e risse ai distributori, con le forze dell'ordine costrette a intervenire e a effettuare i primi arresti in almeno dodici regioni del Paese.

Il crollo della produzione e il paradosso delle importazioni

Le ripercussioni economiche di questi attacchi sono profonde e mettono in luce una vulnerabilità inaspettata. La produzione petrolifera nazionale sarebbe crollata ai minimi storici degli ultimi decenni, tanto da costringere Mosca a una svolta paradossale: importare carburante dall'estero. Il vicepremier Alexander Novak ha confermato che la Russia ha già iniziato a importare benzina per saturare il mercato interno, ricorrendo a forniture da Bielorussia, Kazakhstan, Marocco e India.

Tuttavia, l'operazione si sta rivelando più complessa del previsto: un carico di carburante proveniente dall'India, ad esempio, sarebbe fermo nel porto di Murmansk a causa di un disaccordo sul prezzo definitivo di acquisto. Per far fronte all'emergenza, il governo ha inoltre annunciato l'adozione di normative per consentire la produzione di carburante di qualità inferiore, come gli standard Euro 2, 3 e 4, una misura che rischia di creare problemi ai motori delle automobili più moderne, in particolare a quelle di fabbricazione cinese.

Le parole di un altro tempo: Putin al Bundestag

La data del 25 settembre 2001 sembra appartenere a un'era geologica. In quel giorno, a Berlino, Vladimir Putin parlò al Bundestag in un tedesco fluente, la lingua di Goethe, Schiller e Kant, appresa durante gli anni da funzionario del Kgb a Dresda. In quel discorso, a pochi giorni dall'11 settembre, Putin delineava una Russia europea, impegnata nella lotta al terrorismo e nella costruzione di una casa comune europea, fondata sul superamento degli stereotipi della Guerra Fredda.

"Oggi dobbiamo dichiarare una volta per tutte: la Guerra Fredda è finita", affermò allora il presidente russo, parlando di diritti democratici e libertà come chiave della politica interna.

A un quarto di secolo di distanza, quelle parole risuonano come un'eco lontana e quasi irriconoscibile, mentre il Paese che immaginava un futuro di integrazione si trova a fronteggiare una crisi interna che lo costringe a importare ciò che un tempo esportava con orgoglio e a razionare il carburante ai propri cittadini, stretto nella morsa di un conflitto che ha riscritto i confini e le alleanze del continente.

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