Il Pentagono e i numeri opachi della guerra: l’inchiesta di The Intercept svela le perdite nascoste in Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dal conflitto aperto contro la Repubblica Islamica emergono cifre che il Dipartimento della Guerra americano, guidato da Pete Hegseth, sembra voler tenere lontane dai riflettori. Un’approfondita analisi condotta dal magazine The Intercept, pubblicata in questi giorni, accusa il Comando Centrale degli Stati Uniti – quel CENTCOM che risponde direttamente al vertice del Pentagono – di occultare la reale entità delle perdite militari subite tra il Golfo Persico e il fronte mediorientale. Mentre l’amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca, continua a proporsi come artefice di una pace negoziata, i numeri raccontano una storia ben diversa sul campo: dal mese di ottobre del 2023, quasi 750 effettivi americani sarebbero stati feriti o uccisi nell’area di competenza del Comando, una stima che stride violentemente con i bilanci ufficiali finora diffusi.

La guerra dei numeri tra Centcom e la stampa investigativa

Secondo l’inchiesta, che cita funzionari e ufficiali in servizio rimasti anonimi per discutere argomenti sensibili, ci troviamo di fronte a una vera e propria strategia di “minimizzazione sistematica”. Il Pentagono, infatti, continua a divulgare cifre che appaiono parziali o volutamente in ritardo rispetto agli eventi bellici. L’analisi indipendente, che ha incrociato dati sanitari e rapporti interni, parla di almeno quindici militari deceduti e oltre cinquecento reduci con ferite di varia entità, inclusi duecento marinai rimasti intossicati a seguito di un incendio sviluppatosi a bordo della portaerei nucleare USS Gerald R. Ford. Eppure, mentre le basi americane sparse tra Bahrain, Giordania, Kuwait e Arabia Saudita venivano bersagliate da razzi e droni, il canale ufficiale del CENTCOM riforniva i giornali di dati incompleti, definiti da una fonte interna come un vero e proprio “insabbiamento”.

L’ombra dei caccia abbattuti e il silenzio su Epic Fury

La narrazione ufficiale, già incrinata dalle rivelazioni sulle perdite, ha subito un ulteriore contraccolpo nelle ultime ore con l’escalation degli scontri diretti nei cieli iraniani. Mentre l’operazione militare denominata "Epic Fury" entra nella sua quinta settimana, lo stesso Pentagono ha dovuto aggiornare il conteggio riconoscendo 365 feriti e mantenendo il numero di 13 vittime accertate; si tratta però di dati che, secondo l’inchiesta, escluderebbero gli ultimi sanguinosi episodi. La cronaca recente riferisce dell’abbattimento di due velivoli da combattimento statunitensi: un F-15E Strike Eagle e un A-10 Thunderbolt II precipitati in circostanze ancora avvolte nel mistero. Le squadre di soccorso sono state mobilitate in una maxi-operazione che ha portato in salvo alcuni aviatori, mentre le ricerche proseguono senza sosta per rintracciare un secondo pilota disperso, il cui destino – tra cattura e decesso – resta al momento un’incognita che aggrava il clima di tensione.

Il fronte diplomatico e la condizione iraniana

In parallelo agli aggiornamenti sul campo di battaglia, si muove il silenzioso lavoro dei canali diplomatici. Fonti raccolte da agenzie di stampa russe riportano la posizione di Teheran, la quale subordina la fine delle ostilità a un riconoscimento chiaro e formale del proprio diritto a un programma nucleare destinato a usi pacifici. L’Iran, che nelle scorse ore ha rivendicato la capacità di colpire i caccia nemici con i propri sistemi di difesa, chiede una pace duratura nella regione, opponendo un netto rifiuto a semplici tregue temporanee già sperimentate in passato e fallite miseramente. Sul tavolo delle trattative, dunque, non c’è solo la regolamentazione del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz – una delle arterie vitali per l’economia globale – ma la stessa ridefinizione degli equilibri di potere nel cuore del Medio Oriente.

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