Il paradosso dei dazi e lo stallo europeo: cosa bolle in pentola
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Redazione Esteri
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La sequenza di eventi che si è dipanata nelle ultime settimane attorno alla politica commerciale degli Stati Uniti ha assunto i contorni di un paradosso non privo di una certa ironia storica, se si considera che la nuova offensiva tariffaria voluta da Donald Trump – un dazio universale al 15% che doveva semplificare e inasprire il quadro – ha finito, secondo le analisi di Global Trade Alert, per avvantaggiare proprio alcuni dei bersagli retorici abituali della Casa Bianca, con il Brasile e la Cina in testa per riduzione dell’aliquota media effettiva subita. Questa distorsione, figlia della sovrapposizione tra vecchie misure settoriali e nuove intenzioni protezionistiche, si inserisce in un clima di crescente incertezza che ha indotto Bruxelles a tirare il freno a mano: il Parlamento Europeo ha infatti congelato la ratifica dell’accordo tariffario raggiunto a fatica la scorsa estate, un’intesa che avrebbe dovuto mettere ordine nei rapporti commerciali transatlantici fissando un tetto massimo del 15% per le esportazioni europee. Alla base dello stop, formalmente tecnico, c’è la reazione di Washington alla bocciatura della Corte Suprema, che ha invalidato l’utilizzo dei poteri speciali in materia economica – l’International Emergency Economic Powers Act – costringendo l’amministrazione a cambiare base giuridica e a rilanciare con nuove misure che, nei fatti, rischiano di vanificare gli accordi presi.
Bruxelles e la ricerca di chiarezza
La mossa dell’Europarlamento, pur presentata come una sospensione temporanea in attesa di delucidazioni, fotografa la fragilità politica di un’Unione che si trova ancora una volta a dover rincorrere e interpretare le mosse unilaterali del principale alleato. I toni usati dai vertici comunitari, con l’eurodeputato Bernd Lange che ha sottolineato la necessità imprescindibile di “chiarezza e certezza giuridica” prima di procedere, e il portavoce della Commissione Olof Gill che ha sintetizzato la posizione con un secco “a deal is a deal”, rivelano una frustrazione di fondo per una partita che si gioca su un campo le cui regole vengono cambiate in corsa. Il nodo è concreto e spinoso: il nuovo dazio universale del 15% voluto da Trump, se applicato semplicemente in aggiunta ai balzelli preesistenti per specifiche merci – come sembra temere Bruxelles – finirebbe per sforare il limite concordato, colpendo duramente settori chiave dell’export europeo, dall’automotive all’agroalimentare di alta gamma, con il parmigiano e il camembert che potrebbero vedersi applicare aliquote vicine al 30%. Di fronte a questo scenario, la cautela del Partito Popolare Europeo, in bilico tra la necessità di mostrare fermezza e il rischio di alimentare uno scontro frontale, appare come il sintomo di un disagio più profondo: l’Europa, consapevole della propria dipendenza energetica e tecnologica dagli Stati Uniti, sa di avere il guinzaglio corto e cerca di guadagnare tempo, sperando che la tempesta si plachi.
Il cortocircuito americano tra legalità e mercato
Oltre Atlantico, la vicenda assume le tinte di un cortocircuito giuridico e politico dalle conseguenze ancora tutte da decifrare. La sentenza della Corte Suprema, che ha dichiarato illegittimi circa 60 miliardi di dollari di dazi imposti utilizzando l’IEEPA, rappresenta un colpo non da poco per l’architettura protezionista voluta dal presidente, sebbene misure consistenti rimangano in piedi grazie ad altre basi legali come la Sezione 301 e la 232. La risposta di Trump, che ha immediatamente riesumato la Sezione 122 del Trade Act del 1974 per ripristinare una barriera tariffaria generalizzata, seppur temporanea, ha riacceso la miccia dell’incertezza: gli operatori economici e gli investitori, costretti a districarsi in un labirinto di norme provvisorie e minacce di ritorsione, osservano con apprensione l’evolversi di una situazione che ha già portato a un dimezzamento dell’aliquota effettiva media, facendo crollare le stime sulle entrate fiscali future e aprendo complesse partite legali legate ai possibili rimborsi per i dazi già pagati. Wall Street, pur avendo inizialmente reagito con un certo sollievo alla frenata imposta dalla Corte, non può ignorare che l’amministrazione Trump punta a mantenere alta la pressione, come dimostra la telefonata del rappresentante Usa al commercio Jamieson Greer ai partner del G7, volta a rassicurarli sulla volontà di ripristinare il quadro precedente, ma con strumenti differenti.
L’impatto globale e le crepe nel fronte interno
A beneficiare più di altri di questo pasticcio tariffario, paradossalmente, sono proprio alcuni dei grandi esportatori emergenti che la retorica dell’America First vorrebbe colpire. Oltre al già citato vantaggio per Brasile e Cina, anche Indonesia, Vietnam e Sudafrica vedrebbero una riduzione sostanziale delle aliquote, mentre i partner tradizionali come l’Unione Europea e il Giappone subirebbero ritocchi al ribasso molto più contenuti, se non addirittura aggravamenti in specifici comparti. Questo scenario, lungi dal compattare il fronte occidentale, rischia di acuire le tensioni e di spingere Bruxelles a cercare strade alternative, come dimostra la frenetica attività diplomatica di Ursula von der Leyen per concludere accordi con l’India o il Mercosur, nella speranza di diversificare gli sbocchi commerciali. Nel frattempo, sul fronte interno americano, iniziano a vedersi le prime crepe: l’apparente successo geopolitico di Trump – si pensi alla ricostruzione dell’influenza in Sudamerica o al contenimento dell’Iran – non sembra tradursi in benefici tangibili per l’economia reale, per quella Main Street che attende ancora i frutti della promessa “età dell’oro”. Con le elezioni di Midterm all’orizzonte, il malcontento degli strati popolari e di ampi segmenti dello stesso fronte repubblicano, stanchi dell’imprevedibilità presidenziale e delusi dalla mancata ricaduta del boom dell’intelligenza artificiale sui consumi e sull’occupazione tradizionale, potrebbe tradursi in una pesante sconfitta elettorale, rendendo il già complesso quadro politico ancora più incerto.




