Il congresso peruviano destituisce Boluarte, giura il nuovo presidente Jerì

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Perù, un paese storicamente scosso da instabilità politica, si trova ad affrontare un nuovo e profondo sconquasso istituzionale dopo la decisione del Congresso di approvare la *vacancia presidencial* nei confronti di Dina Boluarte, accusata di "incapacità morale permanente" nell'esercizio delle sue funzioni. L'aula, come previsto dalla Carta costituzionale locale, ha votato a favore dell'esame di quattro mozioni presentate da diversi gruppi parlamentari che chiedevano a gran voce la sua rimozione, decretando di fatto la fine del suo mandato. I promotori della destituzione, i quali hanno sottolineato la sua incapacità di risolvere la grave crisi di sicurezza che attanaglia la nazione, hanno trovato ampio consenso in un emiciclo già da tempo in rotta di collisione con l'esecutivo. Subito dopo l'annuncio del voto, Boluarte ha lasciato il Palacio de Gobierno sotto una stretta scorta, mentre le immagini diffuse dai media locali mostravano un clima di forte tensione nelle strade della capitale, dove non sono mancate manifestazioni di piazza.

La crisi di sicurezza e le accuse del parlamento

Al centro delle accuse che hanno portato all'impeachment, un meccanismo che non è nuovo nella storia peruviana, vi è l'inasprimento della criminalità in diverse regioni del paese, un'emergenza che, secondo i legislatori, l'amministrazione Boluarte non è stata in grado di gestire. L'"incapacità morale", una figura giuridica dal contorno piuttosto ampio e spesso oggetto di aspre controversie, è stata quindi invocata per giustificare una mossa che riflette le profonde lacerazioni all'interno della classe dirigente. La crisi di sicurezza, che si è andata ad aggiungere a una congiuntura economica già complessa, ha creato un malcontento diffuso, offrendo al Congresso il pretesto per un'azione drastica che ha di nuovo cambiato il volto del potere esecutivo a Lima.

L'insediamento di Jerì e la promessa di guerra alla criminalità

Nel vuoto di potere creatosi, José Jerì, trentanovenne, ha prestato giuramento come nuovo presidente ad interim, diventando l'ottavo capo di Stato in soli cinque anni, un dato che la dice lunga sulla volatilità della politica nazionale. Le sue prime parole, nette e inequivocabili, hanno subito delineato la priorità del suo mandato: "Bande criminali e organizzazioni criminali. Sono loro i nostri nemici oggi. E come nemici, dobbiamo dichiarare guerra alla criminalità". Un linguaggio marziale, il suo, che intende segnare una discontinuità con il recente passato e rassicurare una popolazione stremata. Per questa guerra, Jerì ha annunciato di voler impegnare non solo la Polizia Nazionale e le Forze Armate, ma l'intero apparato delle istituzioni statali, chiamate a una mobilitazione generale.

Un paese nel ciclone politico

L'episodio, che si inserisce in un quadro latinoamericano non certo tranquillo, ripropone con forza il dilemma dell'equilibrio dei poteri in una democrazia fragile, dove lo strumento della *vacancia* viene utilizzato con una frequenza che molti osservatori considerano destabilizzante. La transizione, sebbene formalmente rispettosa delle procedure costituzionali, lascia sul campo una serie di interrogativi aperti sulla tenuta del sistema e sulla capacità della nuova leadership di compattare un parlamento frammentato e di affrontare le sfide immediate. Le proteste in strada, se da un lato esprimono il sostegno alla presidente deposta, dall'altro riflettono la profonda polarizzazione della società, divisa sulla legittimità di un atto che per alcuni rappresenta un colpo di mano istituzionale.

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