Il congresso peruviano destituisce la presidente Boluarte per incapacità morale
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Redazione Esteri
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Nella notte del 10 ottobre, il Congresso della Repubblica del Perù ha posto fine, con un voto rapido e trasversale, al governo di Dina Boluarte, la quale, con un tasso di approvazione che raramente superava la soglia minima del quattro percento, era considerata la presidente meno popolare al mondo. L’aula parlamentare, dopo un dibattito intenso ma di breve durata, ha approvato a larghissima maggioranza – ben 113 voti favorevoli su un totale di 130 – la mozione di impeachment che accusava la Boluarte di “incapacità morale permanente”, una formula giuridica, questa, che il sistema politico peruviano utilizza per rimuovere i capi di Stato. L’ex presidente, la quale aveva più volte promesso dimissioni mai concretizzatesi, ha reagito alla decisione con un discorso alla nazione, tenuto dal palazzo presidenziale, in cui ha denunciato senza mezzi termini quello che ha definito «un colpo alla democrazia».
Le proteste della Generazione Z
La crisi politica, che covava ormai da anni, aveva conosciuto una brusca recrudescenza nelle settimane precedenti la votazione, quando le principali città del paese – da Lima a Cusco, da Arequipa a Puno – si sono nuovamente riempite di manifestanti. A scendere in piazza, in quel caso, sono stati soprattutto i giovani, molti dei quali alla loro prima esperienza di attivismo politico; una Generazione Z, per dirla tutta, cresciuta nell’amaro retaggio di crisi istituzionali reiterate e di una profonda sfiducia verso la classe dirigente, la quale ha fatto della richiesta delle dimissioni della presidente il suo principale cavallo di battaglia. Le mobilitazioni, che reclamavano a gran voce elezioni anticipate, rappresentavano l’ultimo capitolo di un malessere sociale diffuso, alimentato non solo dalla promessa non mantenuta di un ricambio al vertice, ma anche da pesanti accuse di corruzione, come quelle emerse nel cosiddetto “Rolexgate”, e dalla repressione di precedenti proteste, sedate con un uso della forza che aveva causato numerose vittime.
Il voto e l’insediamento del nuovo presidente
Il procedimento di destituzione, uno dei più celeri che la storia recente del Perù ricordi, si è consumato in meno di ventiquattr’ore, trovando un consenso pressoché unanime tra le diverse forze politiche, le quali, al di là delle loro tradizionali divisioni, hanno finito per convergere su una medesima necessità: porre fine a un’esperienza di governo giudicata ormai insostenibile. Subito dopo la votazione, che ha sancito l’impeachment, il Congresso ha provveduto a nominare come presidente ad interim José Jerí, il quale ha assunto la guida del paese in un momento di forte tensione istituzionale. La transizione di potere, sebbene tumultuosa, si è dunque svolta all’interno dei precetti costituzionali, senza che le forze armate sentissero la necessità di intervenire negli eventi.
La reazione delle strade
Mentre in Parlamento si consumava l’atto finale della crisi di governo, nelle vie della capitale Lima, e non solo, migliaia di persone hanno dato vita a spontanee manifestazioni di giubilo, sventolando bandiere e intonando canti; un’esplosione di sollievo collettivo che ha seguito di pari passo l’annuncio ufficiale della destituzione. Quella stessa piazza che per settimane aveva espresso, con determinazione e a volte con asprezza, la propria opposizione al governo Boluarte, si è trasformata in un palcoscenico di festa, segnando simbolicamente la chiusura di un capitolo particolarmente controverso della vita nazionale. Le indagini giudiziarie, che riguardano sia le accuse di arricchimento illecito sia la repressione delle proteste passate, proseguono il loro corso, indagando su responsabilità che ora coinvolgono un’ex presidente non più protetta dall’immunità.




