Confindustria: «Se la guerra in Iran si protrae, rischiamo la più grave crisi energetica»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non è un semplice allarme congiunturale, quello lanciato da Alessandro Fontana, direttore del Centro studi di Confindustria, nel corso dell’audizione sul Documento di finanza pubblica (Dfp) che si è svolta dinanzi alle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. È piuttosto una vera e propria pietra d’inciampo per le stime di crescita del Paese, che potrebbe trasformarsi in un baratro sistemico se il conflitto in Iran – e con esso la conseguente chiusura ad oltranza dello stretto di Hormuz – dovesse trascinarsi ben oltre la prima metà dell’anno. Il direttore, ascoltato insieme ad altre organizzazioni in una giornata densa di interventi (le audizioni proseguiranno fino al 30 aprile, quando le risoluzioni approderanno a Montecitorio), ha messo in guardia con una nettezza che non ammette fraintendimenti: l’energia rappresenta la vulnerabilità principale del sistema Italia, e a fronte di una strategia ancora frammentata servirebbe invece un approccio strutturato.

Due scenari, due pesi diversi sul carrello della crescita

Fontana ha delineato una forbice temporale che restituisce tutta l’incertezza del momento, senza però nascondere il baricentro della preoccupazione. Se il conflitto mediorientale terminasse oggi – ha spiegato il direttore – l’impatto sul Pil si limiterebbe a una perdita compresa tra lo 0,1 e lo 0,3 punti percentuali; una sofferenza, certo, ma ancora gestibile all’interno dei consueti margini di aggiustamento macroeconomico. Il vero nodo, tuttavia, è un altro: “con una guerra lunga, che arrivi a fine anno, potremmo trovarci nella più grave crisi energetica della storia con impatti sistemici”, ha sottolineato nel corso dell’audizione. Una prospettiva che non riguarda soltanto le bollette o il costo del petrolio, ma che investirebbe ogni sfera della società, dal manifatturiero ai servizi, fino alla tenuta stessa della domanda interna.

Sette miliardi fino a giugno, ventuno fino a dicembre: il conto per le imprese

La sala Mappamondo ha ascoltato numeri che, da soli, raccontano gran parte della storia. I rincari energetici, innescati dalla prolungata instabilità e dalla chiusura dello stretto di Hormuz (un passaggio obbligato per una fetta decisiva del greggio mondiale), si tradurrebbero in un incremento dei costi per le imprese italiane pari a 7 miliardi di euro qualora la guerra si protraesse fino a giugno. Una cifra che lieviterebbe a 21 miliardi, invece, se il conflitto dovesse trascinarsi sino alla fine dell’anno. E non si tratta solo di un’emorragia finanziaria: a essere messi in discussione sono soprattutto gli attuali volumi dell’export italiano, quel motore che da decenni sorregge la competitività nazionale. Le proposte presentate dal Centro studi, del resto, mirano proprio a ridurre l’impatto di questa crisi – e di quelle future – senza però cedere all’illusione che si possa improvvisare una risposta.

Il Documento di finanza pubblica e il tempo che stringe

L’occasione per l’allarme – la prima giornata delle audizioni sul Dfp – non è casuale. I sindacati e gli enti locali sono in programma nelle stesse ore, ma è la voce di Confindustria a farsi più urgenza. Il messaggio di Fontana, veicolato con il consueto realismo del suo ufficio studi, non lascia spazio a derive apocalittiche né a facili ottimismi: la guerra in Iran, se prolungata, non provocherebbe soltanto una crisi energetica tra le più gravi mai registrate, bensì una crisi sistemica capace di ridisegnare i presupposti stessi della produzione e degli scambi. Così, mentre le commissioni Bilancio lavorano sulle risoluzioni che tra pochi giorni arriveranno in Aula, resta sul tavolo una domanda che non chiede previsioni, ma atti concreti: come si costruisce una strategia energetica strutturata, quando la variabile tempo e la variabile geopolitica viaggiano entrambe contrarie?

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