Dario Fo, cent’anni di giullarate tra Sistina e Camera del Lavoro
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Nasceva a Sangiano, nel Varesotto, il 24 marzo di cento anni fa, e quel bambino, Dario Fo, sarebbe diventato il fulminante genio della scena italiana e mondiale, capace di rivoluzionare il linguaggio teatrale del Novecento fino a meritarsi il Nobel per la letteratura nel 1997. Compagno d’arte senza fine di Franca Rame, che lo ha lasciato – e ci ha lasciati – nel 2013, mentre lui continuava a dipingere il mondo intrecciandolo alla memoria di lei fino al 13 ottobre 2016, il maestro continua a illuminare la scena anche a distanza di un decennio dalla scomparsa. A raccoglierne l’eredità, in questo doppio anniversario che segna i cent’anni dalla nascita e i dieci dalla morte, ci pensano ora due appuntamenti centrali che restituiscono la duplice anima dell’artista: quella della satira politica irriverente e quella del giullare popolare capace di trasformare la piazza in palcoscenico. A Roma, nella serata del 24 marzo, il Teatro Sistina ospita una grande festa di teatro: “100 anni Dario Fo”, evento promosso dalla Fondazione Fo Rame con la regia di Pierluigi Iorio e la presenza, tra gli altri, di Paola Cortellesi, Ambra Angiolini, Moni Ovadia e Ascanio Celestini, oltre naturalmente ai familiari, da Jacopo a Mattea e Jaele Fo. Una serata che non si limita alla celebrazione rituale, ma si configura come un racconto collettivo e vivo, fatto di parole e musica, in cui la figura del premio Nobel viene restituita attraverso le voci di chi ne ha condiviso il percorso artistico e umano.
La memoria milanese tra le mura della Camera del Lavoro e le strade di Porta Romana
Milano, città elettiva di Fo, risponde con un programma che lega indissolubilmente il ricordo ai luoghi simbolo della sua militanza. Sabato 28 marzo, l’auditorium Di Vittorio della Camera del Lavoro – storico spazio in cui debuttarono alcuni degli spettacoli più importanti del drammaturgo e luogo di condivisione ideale dei suoi valori – ospita “Canzoni, pernacchie e giullarate”. L’idea progettuale porta la firma di Alessio Lega, cantautore dal forte impegno sociale, che sarà in scena con il suo trio (Guido Baldoni alla fisarmonica e al pianoforte, Rocco Marchi al basso e alle percussioni) affiancato da un gruppo di cantori e giovani attori. Sul palco, a ripercorrere l’opera e la vita della coppia Fo-Rame, saliranno anche Mattea Fo, in rappresentanza della famiglia e della Fondazione, l’attrice Giulia Angeloni – che con Fo ha studiato la rielaborazione delle forme del teatro medievale – il cantautore Piero Sciotto, storico collaboratore che partecipò anche all’occupazione della Palazzina Liberty, e Giulia Mei, voce della nuova scena d’autore italiana. Il programma alterna le cosiddette “giullarate” – quelle riletture in chiave popolare del teatro medievale che furono il cavallo di battaglia di Fo – alla riproposizione delle canzoni scritte dal premio Nobel, dalle celeberrime “Vengo anch’io” e “Ho visto un re” fino a quelle perle nascoste che attendono ancora di essere scoperte dal grande pubblico.
Un secolo di satira, incidenti sul set e il rapporto con la città
La figura del “papa laico” di Milano, come fu definito, è legata a doppio filo a una certa idea di satira che nasceva anche per strada, tra gli studi di Brera e le prime sperimentazioni. Voleva far ridere, Dario Fo, ed era talmente comico da generare satira persino quando non era sua intenzione: accadde il 5 novembre 1955, durante le riprese de “Lo svitato” di Carlo Lizzani in Porta Ticinese, quando alzò gli occhi verso una lampada da 20 mila volt e iniziò a urlare con le mani sugli occhi; l’oculista gli diagnosticò un’ustione delle cornee, prescrivendogli alcuni giorni al buio pesto. Un mese dopo, al Sempione, la scena dello stesso film – che lo vedeva nei panni di un fotoreporter inseguito da un branco di cani inferociti – subì un disguido: una delle bestie azzannò davvero la mano del futuro premio Nobel. A sottolineare il legame indissolubile con la metropoli lombarda, il 28 marzo alle 15.30 ci sarà anche un gesto simbolico in corso di Porta Romana, davanti alla casa in cui Dario e Franca hanno vissuto per tanti anni, quella stessa casa in cui gli amici suonavano al citofono della famiglia De Amicis per farsi aprire. Una targa per celebrare il centenario, sebbene il nipote abbia fatto notare come forse Milano possa fare di più per un figlio che ha cambiato il senso del teatro del Novecento.




