Un ricordo in marmo e la richiesta della nipote: “Milano può fare di più per Dario Fo e Franca Rame”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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È incisa nel marmo, accanto a quella porta di corso di Porta Romana che per una vita intera ha fatto da sfondo alla loro esistenza, la dicitura che li restituisce alla città: “Qui vissero insieme i grandi artisti Dario Fo e Franca Rame”. Un passaggio obbligato, quello della targa scoperta alla presenza della vicesindaca Anna Scavuzzo, che prova a cristallizzare un ricordo ma che, nelle intenzioni di chi quel legame lo porta avanti per discendenza, rappresenta soltanto un primo, parziale atto. “Sicuramente è un inizio, come ho scritto. Speriamo che sia un buon inizio”, ha commentato Mattea Fo, nipote della coppia e presidente della Fondazione Fo Rame, nel tentativo evidente di smorzare i toni di un confronto – quello con il Comune – che nei giorni precedenti era parso più acceso.
La targa e il flash mob dei clown: un’inaugurazione tra memoria e dissenso silenzioso
A preannunciare il momento ufficiale, prima ancora che le autorità scoprissero la lapide, c’era stato un flash mob del Pic-Pronto intervento clown, a suggellare con la leggerezza dell’arte di strada il peso di un’assenza che a Milano, secondo alcuni, non viene colmata con la dovuta solennità. Sulla targa, accanto all’indicazione della residenza storica, campeggia una dedica che ne riassume la cifra pubblica: “Milano ricorda il loro impegno nel promuovere cultura al servizio della coscienza civile della comunità locale, dell’Italia e del mondo”. Una frase che tenta di racchiudere l’enormità di un lascito teatrale e civile, ma che per Mattea Fo rischia di restare solo un gesto se non accompagnato da una strategia più ampia in occasione del centenario della nascita del nonno.
L’eredità pedagogica di Dario Fo: quando la “giullarata” diventava lezione
A testimoniare quanto profonda fosse l’impronta lasciata dal premio Nobel non basta però guardare alle istituzioni. C’è un’altra Milano, quella dei banchi di scuola, dove Dario Fo si divertiva a sovvertire le gerarchie tradizionali. Fu proprio Massimo Navone, all’epoca direttore della Civica scuola di teatro Paolo Grassi (in carica dal 2011 al 2015), a coltivare per anni una collaborazione ramificata con il maestro. “Riusciva a stimolare ogni allievo”, ha ricordato Navone, rievocando il periodo in cui Fo insegnò “giullarate e affabulazioni” ai ragazzi. Un corso, quello, che non restò confinato tra le mura dell’aula: il regista ligure portò gli studenti sul palco, da Avignone ad altri prestigiosi palcoscenici, dimostrando come la sua pedagogia fosse indistinguibile dalla pratica scenica.
Il centenario e la distanza tra l’omaggio ufficiale e le aspettative della Fondazione
La tensione emersa nelle scorse settimane, con la nipote degli artisti che aveva chiesto al Comune di non limitarsi all’affissione della targa, si è così ricomposta solo in apparenza nella cerimonia di scoprimento. L’auspicio lanciato dalla presidente della Fondazione Fo Rame è che questo gesto possa essere l’antipasto di un programma più so, capace di restituire la statura internazionale di due figure che hanno fatto della cultura uno strumento di coscienza civile. Sullo sfondo resta il valore simbolico di un indirizzo, quello di corso di Porta Romana, che per anni ha rappresentato il crogiolo domestico e artistico della coppia; un luogo che ora, con la pietra apposta sulla facciata, diventa ufficialmente punto di memoria, in attesa di capire se la città vorrà o meno articolare quel ricordo oltre l’epigrafe.




