Zecche, il dramma di un barista del Cadore e l’allarme che sale nel Bellunese
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Salute
-
La primavera, si sa, riporta in montagna chi quella montagna la vive come un prolungamento naturale del proprio salotto; eppure, proprio lì, tra i sentieri più battuti e quelli dimenticati, si nasconde un pericolo silenzioso – spesso sottovalutato – che nel Bellunese sta assumendo i contorni di un’emergenza sanitaria silenziosa ma inequivocabile. I numeri, del resto, parlano chiaro: se i casi di encefalite da zecca (Tbe) si attestano su una dozzina, dodici per l’esattezza, nell’anno in corso, a far crescere la preoccupazione tra gli epidemiologi dell’Ulss 1 Dolomiti è invece il balzo del 17 per cento della malattia di Lyme, patologia subdola perché capace di manifestarsi in contesti domestici, veicolata dagli animali che entrano nelle case o nei giardini. Un quadro che spinge l’azienda sanitaria a rilanciare con forza il messaggio della prevenzione vaccinale, in un territorio – quello dolomitico – storicamente recettivo al problema ma ancora troppo incline a rimandare la scelta di proteggersi.
Dieci giorni di coma e un risveglio da reimparare a vivere
La storia di Alberto Chele, quarantacinquenne barista di Borca di Cadore, ha il sapore amaro di un avvertimento non ascoltato. Lui, che le passeggiate in montagna le amava come pochi, quasi un rito quotidiano, un giorno ha incrociato il destino sotto forma di un minuscolo artropode; un morso, una puntura che molti avrebbero liquidato con un gesto distratto, e invece quella zecca era infetta. Ha contratto la Tbe, l’encefalite trasmessa da questi parassiti, finendo in terapia intensiva dove ha trascorso dieci giorni in coma – uno stato di sospensione tra la vita e qualcosa di peggio – per poi affrontare mesi di riabilitazione e fisioterapia, un calvario fatto di gesti banali da reimparare uno a uno. “Ho rischiato di morire”, racconta oggi con quella commozione che non diventa mai autocommiserazione, ma anzi si trasforma in un monito laico e diretto: “Vaccinatevi, io ho sempre rimandato e ho preso una mazzata che non avrei mai immaginato”.
Il richiamo dell’Ulss: quando il pericolo entra in casa
Sul sito ufficiale dell’Ulss 1 Dolomiti, gli addetti ai lavori hanno pubblicato una nota che prova a fare il punto della situazione, senza allarmismi ma neppure senza reticenze: “A volte non ci si rende conto della gravità potenziale”, si legge in quelle righe asciutte. E non è un caso che l’accento venga posto anche sulla trasmissione domestica della malattia di Lyme, quella che sfugge ai tradizionali consigli – pantaloni lunghi, repellenti, controllo del dopo un’escursione – perché arriva attraverso il cane o il gatto, portatori silenziosi di zecche che poi si staccano sul divano o sul letto. Un aspetto, questo, che modifica profondamente la percezione del rischio: non più solo l’escursionista attrezzato, ma il padre di famiglia che torna dal lavoro e si siede in giardino, il bambino che gioca sul prato di casa.
Un testimone d’eccezione per una battaglia culturale
Alberto Chele, oggi, è diventato il volto più credibile di questa battaglia. Con il piglio ottimista che lo ha sostenuto durante il lungo percorso di riabilitazione, il barista di Borca di Cadore non ha esitato a mettere a disposizione la propria esperienza, trasformando un trauma personale in uno strumento collettivo di sensibilizzazione. Non ci sono, nel suo racconto, toni eroici né retorica da opuscolo; c’è invece la schiettezza di chi ha toccato il fondo – quel coma profondo – ed è riuscito a risalire, un passo dopo l’altro, tra un esercizio di fisioterapia e la voglia di tornare a casa. L’aumento dei casi, in un’area come quella bellunese dove la natura è insieme ricchezza e insidia, impone una riflessione che non può più attendere; e il vaccino contro la Tbe, lo ripete con forza chi lo ha sperimentato sulla propria pelle, resta lo strumento più efficace per evitare che una passeggiata tra le montagne si trasformi in una corsa contro il tempo in terapia intensiva.




