La mente di Donato Bilancia, a cinque anni dalla morte del serial killer
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Redazione Interno
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A distanza di cinque anni dalla sua scomparsa, avvenuta nel carcere padovano dove era detenuto, la figura di Donato Bilancia continua a interrogare la cronaca nera nazionale, non tanto per gli aspetti giudiziari – definiti da una sentenza che gli inflisse tredici ergastoli – quanto per l’abisso psicologico che rappresenta. La sua storia, quella di un uomo che per cinquant’anni condusse un’esistenza ordinaria prima di trasformarsi, in un arco di soli sei mesi tra il 1997 e il 1998, in uno dei più efferati assassini seriali del secolo scorso, torna al centro di una riflessione pubblica. Un programma televisivo locale ha annunciato una puntata speciale, in programma per il prossimo dicembre, con l’intento di indagare proprio i meandri di una personalità così sfuggente e contraddittoria, provando a comprenderne le dinamiche interiori al di là della facile etichetta del “mostro”.
Una vita normale, poi il baratro
Nato in Basilicata ma genovese d’adozione sin dall’infanzia, Bilancia visse, fino a quella soglia dei cinquanta anni, una vita che agli occhi esterni non destava sospetti, un dato – questo – che spesso alimenta un orrore più profondo, perché smantella l’idea rassicurante che simili individui siano sempre riconoscibili in anticipo. La sua furia omicida, scatenatasi nell’autunno del 1997 e proseguita fino alla primavera successiva, colpì con metodica ferocia tra Liguria e basso Piemonte, mietendo diciassette vittime, uomini e donne, e valendogli i soprannomi giornalistici di “mostro dei treni” e “killer delle prostitute”. L’arresto, giunto nel 1998, fu opera di una scia investigativa che si concentrò, tra gli altri elementi, sul veicolo da lui utilizzato per i suoi spostamenti criminali, un dettaglio apparentemente banale che chiuse la caccia a un uomo il quale, in pochi mesi, aveva gettato nel panico intere province.
Gli ultimi anni e il racconto del carcere
La sua esistenza si conclude non sulla forca, come da lui stesso auspicato in momenti di disperazione quando chiese che le sue ceneri fossero gettate tra i rifiuti, ma nella solitudine di una cella, stroncato dal covid-19 all’età di sessantanove anni. Gli ultimi anni di detenzione furono segnati dalla presenza di una figura inaspettata, quella del cappellano del carcere padovano che ne seguì il percorso fino alla fine e che, in seguito, ne ha raccontato alcuni aspetti privati, definendolo, in una metafora biblica di forte impatto, un “fratello Caino”. Quel funerale, celebrato pochi giorni dopo la morte, resta una immagine potente e controversa: una bara presente in chiesa, attorniata da diciassette sedie vuote, un silenzioso e doloroso monito a ricordare, prima del carnefice, le vite che furono spezzate.
L’eredità di un mistero irrisolto
Oltre il clamore dei processi e delle cronache dell’epoca, ciò che permane è l’interrogativo insondabile sulla natura umana capace di un simile strappo. La puntata televisiva annunciata sembra muoversi proprio su questo terreno minato, cercando di esplorare, senza indulgenze ma anche senza sensazionalismi, la psiche di un individuo che visse due esistenze radicalmente opposte in un’unica vita. La sua storia criminale, per quanto chiusa sul piano giudiziario, rimane aperta come un caso di studio sulla meccanica del male, un monito a considerare come il confine tra normalità e follia omicida possa essere, a volte, più sottile e labile di quanto la collettività desideri ammettere. La memoria di quelle vittime, e il tentativo di capire cosa accadde in quei mesi di terrore, impongono una riflessione che vada al di là della semplice condanna.




