Il silenzio dei banchi vuoti al Virgilio, dove la priorità è ricostruire la normalità
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Redazione Interno
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Entrano a testa bassa, gli occhi fissi sulle suole delle scarpe, evitando con un moto unanime e doloroso gli sguardi e le domande dei cronisti che, fin dalle sette e trenta, presidiano il cancello di via Pisacane. Nell’edificio giallo del liceo Virgilio, nel quartiere di Porta Venezia a Milano, il ritorno in aula per gli studenti della terza D è un atto di coraggio che si compie nel silenzio più assoluto, un silenzio che parla più delle parole e che traduce in gesti quotidiani – lo zaino sulle spalle, il passo frettoloso – un lutto ancora troppo grande da nominare. «Non parliamo», dicono alcuni, mentre altri ammettono, con una sofferenza che traspare da ogni sillaba, di non farcela proprio: a formulare un pensiero, a dare un senso a ciò che è accaduto sulle piste di Crans-Montana, dove la vita di quattro loro compagni è stata stravolta in un attimo.
Una classe in un limbo emotivo, tra speranza e paura
In quella classe, che fa parte dell’indirizzo di Scienze umane, i banchi vuoti sono quattro, come i sedicenni assenti: Francesca, Sofia e Kean, ricoverati all’ospedale Niguarda, e Leonardo, trasferito a Zurigo. La loro assenza fisica, una presenza ingombrante fatta di spazio vuoto e di oggetti immobili, definisce un’atmosfera di sospensione che gli psicologi, chiamati dalla scuola a intervenire, descrivono come un vero e proprio limbo. La mente degli alunni, spiega Ivan Giacomel, coordinatore del gruppo di lavoro per le emergenze dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, oscilla in continuazione, senza trovare pace, tra la flebile speranza per una guarigione e il timore angosciante di un esito tragico. È questa condizione di stasi, questo “congelamento” di ogni emozione e di ogni routine, che paralizza il normale fluire dei giorni e contro cui si batte, non senza fatica, l’intera istituzione scolastica.
La scelta della scuola: proteggere il ritorno alla quotidianità
Proprio per arginare questa marea di dolore e di confusione, la dirigenza del Virgilio ha preso una decisione netta, immediata dopo il primo, sofferto ingresso degli studenti: allontanare le telecamere e chiudere le porte ai media, giudicando quella pressione esterna, seppure legittima nella sua natura informativa, del tutto insostenibile per dei ragazzi che devono invece tentare di “rifare comunità”. La priorità, dichiarata senza mezzi termini dal vicepreside, è infatti duplice: proteggere gli alunni da ogni sollecitazione aggiuntiva e ricostruire, mattone dopo mattone, quella quotidianità scolastica che è stata spezzata. Un compito immane, considerando che lo stesso istituto ammette la propria impreparazione strutturale nel gestire tragedie di tale portata, eventi che esulano da qualsiasi protocollo e che richiedono, prima di tutto, un supporto specializzato e continuativo.
Il lavoro degli psicologi sul senso di colpa dei sopravvissuti
Al centro dell’intervento psicologico, svoltosi già nella mattinata successiva al rientro, c’è un sentimento particolarmente insidioso e comune in simili circostanze: il senso di colpa che attanaglia chi, come i ventuno compagni presenti in aula, si ritrova per vari motivi “salvo” mentre altri lottano tra la vita e la morte. Affrontare questo meccanismo distorto, che rischia di compromettere ulteriormente l’equilibrio emotivo degli adolescenti, è una delle sfide più delicate. Intanto, all’esterno della scuola, un gesto spontaneo e commovente cerca di tessere un filo di speranza: sulla cancellata si sono moltiplicati biglietti e disegni, molti opera di bambini, che ritraggono cuori e scrivono messaggi di incoraggiamento, definendo i quattro ragazzi feriti dei “veri supereroi”. Sono segni di una solidarietà cittadina che cerca di farsi prossima, pur nel rigoroso rispetto di uno spazio di dolore che ha bisogno, più di ogni altra cosa, di tempo e di silenzio per iniziare a elaborare l’elaborabile.




