Arianna Fontana e quei dodici metalli che valgono una caccia al record, l’oro della staffetta mista esalta l’Italia dello short track
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Redazione Sport
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È bastato lo schiocco dei pattini sul ghiaccio del Forum di Assago, un giovedì pomeriggio che sapeva già di storia, per certificare ciò che gli addetti ai lavori mormoravano da giorni: l’Italia dello short track, quella giostra folle di cadute e allunghi, ha una marcia in più quando indossa la pelle di squadra. Il secondo oro di queste Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 porta infatti la firma corale di Elisa Confortola, Thomas Nadalini, Pietro Sighel e, naturalmente, di Arianna Fontana; a loro si aggiungono Chiara Betti e Luca Spechenhauser, protagonisti silenziosi nei turni preliminari, senza i quali quel metallo più prezioso non avrebbe mai potuto essere appeso al collo -2-7. Il tempo di 2.39.019 inchioda la Cina campione uscente al quarto posto, il Canada alla medaglia d’argento e il Belgio al bronzo, ma racconta soprattutto una progressione chirurgica: il sorpasso decisivo, confezionato dalla Fontana nel terzultimo cambio, sfrutta un attimo di esitazione degli avversari orientali e trasforma la rincorsa in fuga solitaria -4.
Ma la statistica, si sa, non rende mai giustizia alla fatica. Per Arianna Fontana questo non è soltanto il primo oro nella staffetta mista a cinque cerchi, bensì la sua dodicesima medaglia olimpica complessiva: una collezione che dal bronzo di Torino 2006 — quando di anni ne aveva quindici e già sognava in grande nella sua Berbenno, in Valtellina — l’ha portata a eguagliare simbolicamente, e quasi a superare, le gesta dei grandi del passato -5-9. Davanti a lei, adesso, resiste soltanto il primato assoluto dello schermidore Edoardo Mangiarotti, quel signore della spada e del fioretto che da Berlino 1936 a Roma 1960 accumulò tredici podi e che ieri, per distacco, rimane l’unico azzurro ancora davanti alla pattinatrice -6. Vent’anni esatti di carriera, sei Olimpiadi consecutive a medaglia — come Armin Zoeggeler — e una longevità che nel pattinaggio di velocità rappresenta quasi un ossimoro, nella sua personale rincorsa a quel record che appare ormai a un solo, piccolo passo.
L’istinto di Sighel e il sigillo della staffetta allargata
Se la Fontana è il faro, la staffetta mista ha però rivelato la profondità di un movimento che in passato faticava a esprimere personalità multiple in contemporanea. Pietro Sighel, classe 2001 e sangue trentino, ha confezionato un arrivo che il pubblico difficilmente dimenticherà: voltarsi verso gli avversari mentre si taglia il traguardo, quasi a voler leggere nei loro occhi la conferma di una superiorità costruita metro dopo metro, è stato un gesto di pura libertà atletica -1-3. «Me l’ero studiata da giorni — ha spiegato il giovane azzurro —, ma non volevo mancare di rispetto a nessuno». Un eccesso di personalità, il suo, che non ha scalfito la solidità del collettivo. Thomas Nadalini, pure lui trentino, ha dedicato l’impresa ai fratelli e ai genitori, mentre Luca Spechenhauser ha sintetizzato la chiave del successo in poche parole: «Oggi ha fatto la differenza la testa» -7. E Chiara Betti, ex studentessa dell’Università di Trento, cresciuta sui banchi del liceo prima che sul ghiaccio, ha assaporato la rivincita dopo l’argento di Pechino 2022, trasformando quel secondo posto in una definitiva consacrazione -2-7.
Dodicesimo atto, il conto alla rovescia per Mangiarotti
Il podio numero dodici, pesantissimo, riaccende i riflettori sulla longevità della fuoriclasse valtellinese. In molti, anni fa, avevano dato per scontato un suo ritiro o addirittura un cambio di bandiera — il marito-allenatore Anthony Labello è statunitense —, eppure Fontana ha scelto di restare, di faticare, di inseguire ancora. Venerdì scorso ha sfilato come portabandiera, la seconda volta in carriera, e oggi si ritrova a un passo dal mito assoluto dello sport italiano -5. Mangiarotti, scomparso nel 2024, rimane un totem: tredici medaglie distribuite su cinque edizioni, un bottino che per sessantacinque anni ha resistito a qualsiasi assalto -6. Arianna, con i suoi 35 anni e un carico di gare ancora da disputare in questi Giochi — i 500 metri, i 1000, i 1500 e la staffetta femminile — ha il destino sotto i pattini. Non si tratta più di sognare, ma di computare.
Curling di bronzo e una giornata amara sull’Olympia
Parallelamente all’epopea dello short track, il medagliere italiano ha incassato un altro sorriso dal ghiaccio di Cortina. Stefania Constantini e Amos Mosaner, già campioni olimpici a Pechino nel doppio misto, hanno superato la Gran Bretagna 5-3 nella finale per il terzo posto, aggiudicandosi una medaglia di bronzo che sa di rivincita dopo la semifinale persa con gli Stati Uniti -1-3. Non tutto, però, è filato liscio sotto la luce delle Tofane. La combinata a squadre femminile di sci alpino ha restituito un’amara esclusione dal podio nonostante il terzo tempo parziale di Laura Pirovano in discesa: l’uscita di Martina Peterlini nello slalom ha spento ogni illusione di metallo, mentre Sofia Goggia, già fermata da una caduta, ha osservato le sue connazionali a bordo pista con la frustrazione di chi quel podio lo aveva cercato con tutte le forze -1. Lo slittino, infine, ha sfiorato il bersaglio con Verena Hofer e Sandra Robatscher, quarta e quinta rispettivamente, fermate da millesimi che nei manuali di tecnica esistono ma che sulla neve diventano abissi.




