Claudio Sterpin, l’amico di Liliana Resinovich che non smise mai di cercare la verità, è morto a 86 anni
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Redazione Interno
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Si è spento nella notte a Trieste, all’età di 86 anni, Claudio Sterpin, l’ex maratoneta il cui nome è indissolubilmente legato al giallo di Liliana Resinovich, la donna scomparsa il 14 dicembre del 2021 e ritrovata senza vita il successivo 5 gennaio nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni. La notizia del decesso, avvenuto presso l’ospedale di Cattinara dove era ricoverato da alcuni giorni, è stata diffusa nel corso della trasmissione “Quarto Grado” e ha subito trovato ampio riscontro, suscitando inevitabilmente nuove riflessioni su una vicenda giudiziaria che, nonostante il tempo trascorso e le indagini, non ha ancora trovato una sua definitiva quadratura. Sterpin, che di Liliana era stato l’ultimo interlocutore telefonico quella mattina di dicembre, ha rappresentato per anni una delle voci più insistente e coerenti nel panorama delle ipotesi sulla sorte della sessantatreenne, dalla quale diceva di essere legato da un rapporto profondo e affettuoso che, a suo dire, avrebbe dovuto concretizzarsi in una convivenza ormai imminente.
Un testimone mai domo e la sua versione dei fatti
Fin dai primi momenti successivi alla scomparsa, la figura di Sterpin si era ritagliata uno spazio centrale nell’inchiesta, non solo per quella telefonata delle 8.38 che rappresenta l’ultima traccia certa di Liliana viva, ma anche e soprattutto per la tenacia con cui ha sempre respinto l’ipotesi del suicidio, sostenendo anzi la necessità di indagare con maggiore profondità su dinamiche che lui riteneva oscure e volutamente trascurate. Nel corso di questi anni, l’uomo, che in gioventù aveva conosciuto la donna e con lei condiviso la passione per lo sport per poi rivederla da adulta, non aveva mai smesso di portava avanti quella che ormai era diventata una personale battaglia per la verità, partecipando a trasmissioni televisive e manifestazioni pubbliche, come quel sit-in davanti al tribunale di Trieste dello scorso dicembre in cui teneva stretta una foto di Lilly. La sua posizione, netta e spesso colorita da un linguaggio diretto, lo portò a scontrarsi aspramente con Sebastiano Visintin, il marito della vittima, che invece non ha mai riconosciuto l’esistenza di un legame sentimentale tra Sterpin e la moglie, dando vita a un confronto che, di fatto, ha polarizzato l’opinione pubblica e acceso dibattiti senza però mai approdare a una verità processuale certa.
I messaggi, le lenzuola e quel «amore mio buongiorno»
A suffragio della sua versione, Claudio Sterpin aveva più volte mostrato e raccontato una serie di elementi materiali e digitali che, nella sua ricostruzione, avrebbero dovuto dimostrare la natura del rapporto con Liliana Resinovich. C’erano centinaia di messaggi scambiati, spesso in codice, e quell’ultimo, struggente «Amore mio buongiorno» che le aveva inviato proprio la mattina della scomparsa e che, come tanti altri prima, era rimasto senza risposta. Non solo messaggi, però: Sterpin aveva parlato di lenzuola in flanella con una fantasia floreale, da lui mostrate in tv, che Liliana avrebbe acquistato con la sua carta di credito in previsione della loro convivenza, e di ricerche online fatte dalla donna su come divorziare senza avvocato o sulla ricerca di nuove case. C’era anche il progetto di una gita a Umago e un ciondolo, fatto realizzare apposta, che ricordava la data del loro primo incontro giovanile. Dettagli, questi, che lui ha sempre proposto come prove di un progetto di vita comune, e che hanno contribuito a rendere la sua figura, per gli inquirenti, un testimone da ascoltare e ricontrollare con attenzione.
Le accuse a Visintin e le ultime battaglie giudiziarie
Il culmine della tensione e del coinvolgimento di Sterpin nell’inchiesta si era raggiunto quando, dopo anni di ipotesi, la procura aveva formalizzato un’indagine per omicidio, iscrivendo Sebastiano Visintin nel registro degli indagati. In quella fase, e precisamente nell’estate del 2025, era stata presa la decisione di “cristallizzare” la testimonianza dell’anziano atleta, ascoltandolo in un incidente probatorio che aveva lo scopo di blindare le sue dichiarazioni, considerata l’età avanzata e la possibilità che non potesse arrivare a un processo. In quella sede, e nelle numerose interviste rilasciate fino a pochi mesi fa, Sterpin non aveva mai smesso di puntare il dito contro Visintin, pur con una formula che lasciava spazio a interpretazioni: «Non credo sia stato lui a ucciderla – aveva dichiarato in più occasioni – ma lui sa benissimo chi è stato». Un’accusa grave, quella di sapere e non dire, che l’ex maratoneta ha ripetuto con convinzione fino all’ultimo, basandola sulla sua personale interpretazione dei fatti e su alcune incongruenze che diceva di aver notato fin da subito. Lui, che si era presentato spontaneamente in questura già il giorno dopo la scomparsa, era convinto che Liliana fosse stata uccisa da più persone e che il suo fosse stato portato nel boschetto solo poche ore prima del ritrovamento, una tesi che contrastava con le prime perizie medico-legali e che lo ha visto protagonista di un acceso confronto, seppur indiretto, con i consulenti tecnici.
La scomparsa di un protagonista del “giallo di Trieste”
Con la morte di Claudio Sterpin, il caso di Liliana Resinovich perde uno dei suoi testimoni più ingombranti e, senza dubbio, più appassionati. La sua voce, che per oltre quattro anni ha tenuto accesi i riflettori su una vicenda fatta di misteri irrisolti e piste investigative che sembravano consumarsi senza esito, si è spenta per sempre, lasciando dietro di sé un’eredità di domande e accuse che, però, dovranno ora fare a meno del suo contributo diretto. Rimangono le sue dichiarazioni, quelle raccolte in procura e quelle rilasciate pubblicamente, cristallizzate ormai in atti e verbali che gli inquirenti potranno comunque utilizzare nel prosieguo delle indagini. Restano, soprattutto, le parole di un uomo che, come molti hanno ricordato sui social dopo l’annuncio della sua morte, non aveva mai smesso di indossare la sua doppia divisa: quella da bersagliere, orgogliosamente sfoggiata, e quella di chi, instancabile come quando correva le maratone, continuava a chiedere giustizia per Lilly.




