Hormuz, il pedaggio in yuan e stablecoin per le navi amiche dell’Iran
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Redazione Esteri
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Lo stretto di Hormuz, quel corridoio d’acqua largo in alcuni punti meno di quaranta chilometri attraverso il quale transita una frazione cospicua del petrolio mondiale, è tornato al centro di dinamiche che mescolano geografia, guerra e finanza parallela. Secondo una ricostruzione curata dai cronisti di Bloomberg, che hanno avuto accesso a documenti e testimonianze di operatori del settore, i Guardiani della Rivoluzione (Irgc) avrebbero messo a punto un meccanismo di pedaggio, non dissimile da una gabella d’altri tempi, applicato alle poche navi considerate “amiche” dell’Iran. Il costo è pari a un dollaro per ogni barile di petrolio trasportato, una cifra che – moltiplicata per i carichi di una nave cisterna di medie dimensioni – può raggiungere agevolmente cifre milionarie. E il pagamento, particolare non secondario, non avviene in dollari americani: la valuta richiesta è lo yuan cinese o, in alternativa, stablecoins ancorate a valute fiat, strumenti che garantono all’Irgc un passaggio sottotraccia rispetto ai circuiti bancari tradizionali.
Il codice segreto e i dati di bordo
Non basta però versare il corrispettivo economico. Il sistema, che ha del paradosso visto che Teheran continua ufficialmente a negare qualsiasi forma di “pedaggio”, prevede una procedura articolata e opaca. Agli armatori che hanno i propri vascelli bloccati a ovest dello Stretto – si stima siano oltre duemila, tra portacontainer, petroliere e navi rinfusiere – viene offerta la possibilità di contattare una società intermediaria, naturalmente legata ai Guardiani della Rivoluzione. Una volta stabilito il contatto, l’operatore navale deve fornire una serie minuziosa di informazioni: il nome del proprietario effettivo della nave, la bandiera battuta, i dati di registrazione, la destinazione del carico, la lista completa dell’equipaggio e persino i parametri dell’Ais, quel sistema di identificazione automatica che di solito serve a rendere “visibili” le imbarcazioni. In cambio, viene rilasciato una sorta di lasciapassare, un codice segreto che consente l’attraversamento senza essere intercettati, abbordati o colpiti. Una pratica, questa, che ricorda i lasciapassare utilizzati in altri conflitti asimmetrici, ma che qui assume i contorni di una vera e propria estorsione istituzionalizzata.
Un conflitto che si allunga e lo shipping in trappola
La situazione è esplosa dopo l’inizio delle ostilità tra Stati Uniti e Israele, da una parte, e le forze filo-iraniane dall’altra. Donald Trump, tornato alla presidenza degli Stati Uniti, ha ereditato uno scacchiere mediorientale incandescente. E proprio mentre le cancellerie mondiali si affannano a cercare una soluzione diplomatica per riaprire Hormuz, il tempo passa e le conseguenze economiche si fanno sentire. Giampaolo Botta, direttore generale di Spediporto – associazione che riunisce spedizionieri e operatori logistici – ha incontrato i cronisti per fare il punto. Fino a qualche settimana fa, ha spiegato, si pensava che il conflitto, iniziato all’improvviso, si sarebbe risolto in breve tempo. Invece la guerra sta durando più del previsto, e la priorità è diventata “trovare vie alternative per fare arrivare la merce a destinazione”. Non solo petrolio, ma container di prodotti finiti, componenti industriali, materie prime. L’alternativa – circumnavigare l’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza – allunga i tempi di navigazione di settimane e fa lievitare i costi assicurativi.
Trattative private e il ruolo delle stablecoin
Ciò che emerge dalle inchieste più recenti è che, accanto ai falliti tentativi diplomatici ufficiali, si stanno moltiplicando canali informali. Un portacontainer francese, una nave cisterna giapponese: non sono nomi scelti a caso, ma esempi di imbarcazioni che – secondo fonti vicine agli armatori – avrebbero già utilizzato il sistema del pedaggio per uscire dal “parcheggio forzato” a ovest dello Stretto. Le trattative sono private, condotte attraverso studi legali con sedi a Dubai, Ginevra e Istanbul. La scelta delle stablecoin, come l’USDT (Tether) o l’USDC, non è neutrale: permette di trasferire valore in modo rapido, pseudonimo e senza l’intermediazione di banche soggette a sanzioni internazionali. Un dollaro al barile, pagato in yuan o in criptovalute. Un meccanismo che trasforma un collo di bottiglia geostrategico in una macchina da soldi per i Guardiani della Rivoluzione, mentre le agenzie di intelligence cercano di decifrare quanti di questi accordi siano già stati siglati. E mentre il mondo guarda allo Stretto, le navi che non possono – o non vogliono – pagare restano all’ancora, in attesa.
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