Petrolio e gas, la tregua fantasma spinge il Wti verso i 100 dollari. E Teheran prova a svuotare i serbatoi via treno

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Le quotazioni del greggio continuano a danzare intorno alla soglia psicologica dei cento dollari al barile, spinte da un’apparente assenza di progressi concreti verso una pace duratura tra Stati Uniti e Iran. Il West Texas Intermediate, che oggi segna 99,68 dollari, riflette una sfiducia crescente degli operatori: ogni giorno che passa senza un’intesa – e ve lo dimostra il grafico mensile – alimenta un incremento graduale delle posizioni rialziste, complice il blocco quasi totale dello Stretto di Hormuz. Un’infrastruttura, quest’ultima, da cui transitava almeno un quinto del petrolio mondiale e che ora è diventata il principale collo di bottiglia per l’economia globale. Il Brent del Mare del Nord, dal canto suo, viaggia su livelli (112 dollari) che solo poche settimane fa sembravano irraggiungibili, mentre il gas naturale fatica a mantenere la linea dei 2,70 dollari dopo i recenti arretramenti legati a prese di profitto. Il supporto individuato a 2,65 dollari, tuttavia, ha finora retto all’urto, offrendo una possibile piattaforma per una nuova stabilizzazione.

La guerra segreta dello stoccaggio e il treno per Pechino

Se sul fronte bellico le armi tacciono, su quello economico la resa dei conti è solo rimandata. La Marina americana ha infatti imposto un blocco navale a tutti i porti iraniani dal 13 aprile, e il dato delle esportazioni parla chiaro: si è passati da una media di 2,1 milioni di barili al giorno nella prima metà del mese a poco più di 560mila barili nella seconda. Una riduzione drastica che rischia di far implodere il sistema di stoccaggio interno della Repubblica Islamica. Secondo fonti del settore, Teheran dispone sì di una capacità di accumulo, considerando anche strutture meno convenzionali, che potrebbe aggirarsi tra gli 80 e i 90 milioni di barili, ma il margine non è infinito. E soprattutto non è detto che sia facilmente utilizzabile, vista l’obsolescenza di molti impianti. Per questo motivo, gli iraniani stanno cercando di aggirare l’embargo via terra, spostando il greggio verso la Cina attraverso la ferrovia che collega la capitale ai nodi logistici di Xi’an e Yiwu. Una soluzione tecnicamente possibile, ve lo assicuro, ma decisamente costosa e poco efficiente se paragonata al trasporto marittimo, quasi come cercare di svuotare una piscina con un cucchiaino.

La lentezza dei distributori, tra accise e petroliere fantasma

Voi, che guidate tutti i giorni, vi sarete accorti forse che il prezzo alla pompa non ha seguito con la stessa foga l’impennata del greggio “al pozzo”. E la ragione affonda le radici nella differenza sostanziale tra prezzo “spot” e prezzo “future”. In Italia, il carburante che finisce nei vostri serbatoi è legato al cosiddetto “Dated Brent”, ovvero il prezzo dei barili veri che vengono consegnati nei prossimi 10-30 giorni. Quando è scoppiato il conflitto, le petroliere già in viaggio hanno continuato a navigare per settimane, scaricando il greggio pattuito a prezzi inferiori; da allora, lo Stretto di Hormuz ha intrappolato milioni di barili (oltre 13, secondo una stima recente), e quelle navi non sono più uscite. Ne consegue che, mentre i contratti per la consegna di giugno (quelli di cui leggiamo sui giornali) volano altissimi, la materia prima fisica che arriva realmente in Liguria o in Sicilia è aumentata in maniera più contenuta. A questo si aggiunge la zavorra del fisco italiano: l’elevatissimo carico di accise e Iva attenua le fluttuazioni, smorzando i rialzi ma anche i ribassi. Per capirci, negli Stati Uniti a un aumento del 60% del Wti è corrisposto un +38% della benzina; da noi, con un Brent schizzato dell’80%, l’impennata al distributore è stata inferiore al 10%, proprio perché su quel prezzo insistono voci di costo (raffinazione, trasporto, tasse) che non dipendono dal prezzo dell’oro nero.

Il limbo energetico e la bilancia della domanda

Gli analisti di Goldman Sachs hanno definito la situazione attuale un vero e proprio “shock da offerta”, paragonabile per intensità a pochi altri episodi nella storia recente. Le stime parlano di una perdita di produzione nel Golfo Persico che si attesta intorno ai 14,5 milioni di barili al giorno, e il mercato sta cercando un nuovo equilibrio semplicemente distruggendo la domanda: voli cancellati, trasporto su gomma ridotto e consumi industriali in calo. Il gas naturale, dal canto suo, evidenzia una fragilità simile: il tentativo di allungo verso i 2,70 dollari è stato respinto, ma il livello di 2,65 dollari regge, impedendo un crollo verticale. Se lo stallo dovesse persistere – e la proposta iraniana di riaprire lo Stretto in cambio della fine totale della guerra è ancora al palo – è probabile che i prezzi entrino in una fase di accumulazione per superare definitivamente la barriera dei 110 dollari. Fino ad allora, restiamo in questo limbo dove le armi tacciono ma i prezzi urlano, e dove una petroliera ferma in mezzo al mare vale più di mille trattative diplomatiche.

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