Stop ai motori termici, lo studio Fraunhofer: a rischio 726.000 posti di lavoro in Europa
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Redazione Economia
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L’industria automobilistica europea si trova a fronteggiare quella che potrebbe rivelarsi la trasformazione più radicale della sua storia recente, con ricadute potenzialmente epocali sul tessuto occupazionale del continente. A gettare luce sulle possibili conseguenze dello stop ai motori endotermici è stato un nuovo studio condotto dal Fraunhofer Institute for Industrial Engineering (IAO), i cui risultati dipingono uno scenario che non lascia spazio a facili ottimismi.
Commissionato dalle associazioni datoriali Gesamtmetall e Südwestmetall, e realizzato con la partecipazione di colossi del calibro di BMW, Mercedes-Benz, Bosch, Mahle, Schaeffler e ZF, il rapporto ha analizzato l'impatto delle future politiche europee sulla produzione, sul valore aggiunto e sull'occupazione fino al 2040, stimando una possibile perdita di 726.000 posti di lavoro nello scenario più severo.
Quattro scenari per il futuro
I ricercatori hanno elaborato quattro diversi scenari basati sull'evoluzione della normativa europea sulle emissioni di CO2, ciascuno dei quali tratteggia un futuro diverso per il settore. Lo scenario che replica l'attuale normativa, che di fatto impone la commercializzazione di sole auto a zero emissioni a partire dal 2035, prevede un crollo del valore aggiunto del 36% entro il 2035, pari a 90 miliardi di euro in meno, per arrivare a una riduzione del 38% nel 2040, con una perdita di 95 miliardi di euro.
In questo caso, il tracollo occupazionale sarebbe drammatico, con una riduzione di circa 660.000 lavoratori nel 2035 che salirebbe a 726.000 nel 2040, mentre la Germania, cuore pulsante dell'industria europea, sarebbe il Paese più colpito, con una diminuzione del valore aggiunto di 54 miliardi di euro, pari al 64%.
Anche la proposta della Commissione Europea, presentata nel dicembre 2025, che prevede una riduzione del 90% delle emissioni con la possibilità di compensare la quota restante con materiali a basso contenuto di carbonio o carburanti rinnovabili, non sembra offrire una via di scampo significativa, presentando un impatto quasi identico a quello dello scenario più rigido. Solo gli scenari caratterizzati da una maggiore neutralità tecnologica mostrano un andamento più graduale delle perdite, ma ciò non è sufficiente a invertire la tendenza al declino.
Anche nell'ipotesi in cui le auto con motore termico e le ibride plug-in rappresentassero ancora circa il 20% delle nuove immatricolazioni nel 2040, le perdite di valore aggiunto si attesterebbero comunque intorno ai 90 miliardi di euro. Lo scenario che segue l'evoluzione del mercato globale, dove i motori termici e ibridi rappresenterebbero ancora la metà delle vendite, limiterebbe il danno a 60 miliardi di euro e a circa 500.000 posti di lavoro persi, confermando comunque una contrazione strutturale difficilmente arginabile.
Un declino che non dipende solo dall'elettrico
Un punto cruciale emerso dallo studio è che il ridimensionamento dell'industria europea non è imputabile esclusivamente alla transizione verso l'elettrico, ma anche a una più generale perdita di competitività del sistema produttivo del Vecchio Continente. Secondo il modello elaborato dal Fraunhofer IAO, la quota di mercato dell'Europa nel settore automobilistico mondiale è destinata a scendere dal 24% del 2025 al 18% del 2040, a prescindere dalla tecnologia adottata.
Questo declino è dovuto a una serie di fattori strutturali, tra cui l'aumento dei costi energetici, la burocrazia, le lungaggini delle procedure autorizzative e la concorrenza sempre più agguerrita dei produttori asiatici, che minano alla base la capacità competitiva dell'industria europea.
In questo contesto, il nuovo valore aggiunto generato dai veicoli elettrici non sarebbe sufficiente a compensare quello perso con l'abbandono dei motori termici. I ricercatori stimano perdite comprese tra 81 e 120 miliardi di euro per le tecnologie tradizionali, a fronte di un incremento tra 18 e 21 miliardi di euro legato ai sistemi di propulsione elettrificati.
La ragione di questo squilibrio risiede nella minore complessità costruttiva dei propulsori elettrici, che richiedono un numero significativamente inferiore di componenti e, di conseguenza, meno manodopera e una filiera più ridotta rispetto ai tradizionali motori a combustione interna. Proprio per questo, a pagare il prezzo più alto della transizione sarebbero le aziende della componentistica, storicamente legate alla produzione di motori, cambi e sistemi di iniezione, dove le perdite di valore potrebbero raggiungere l'80% in Germania.
Il contesto economico e le richieste dell'industria
A rendere il quadro ancor più complesso si aggiungono le previsioni delle agenzie di rating, come Fitch Ratings, che prospettano una redditività in calo per le case automobilistiche europee fino al 2027, a causa dell'aumento della concorrenza, dei dazi e delle continue misure di contenimento dei costi. Questa pressione sui margini, che potrebbe ridursi di circa 50 punti base nel 2026, si combina con l'incertezza normativa e la necessità di sostenere ingenti investimenti per la transizione tecnologica, creando una tempesta perfetta per il settore.
I principali costruttori e fornitori, sebbene generino ancora flussi di cassa positivi, sono chiamati a gestire un contesto operativo difficile, dove le scelte politiche giocano un ruolo determinante.
Di fronte a queste prospettive, i giganti dell'industria automobilistica tedesca, tra cui Bosch, Mahle, Schaeffler e ZF, hanno intensificato le pressioni sulla politica, chiedendo una revisione del bando del 2035 e un'apertura verso la neutralità tecnologica, sostenendo la necessità di valorizzare alternative come i carburanti sintetici e l'idrogeno.
L'obiettivo dichiarato non è quello di frenare l'elettrico, ma di rendere la transizione più graduale e sostenibile dal punto di vista economico e sociale, preservando un patrimonio industriale e di competenze che rischia di essere spazzato via da un cambiamento troppo repentino. In questa partita, la revisione della normativa prevista per il 2026 rappresenta uno snodo cruciale, che potrebbe determinare il futuro di centinaia di migliaia di lavoratori e l'assetto stesso dell'industria automobilistica europea.




