La guerra in Ucraina e il nuovo realismo atlantico
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Redazione Esteri
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Dopo tre anni di quella che, nei fatti, si è configurata come una «trattativa zero», l’approccio europeo al conflitto russo-ucraino sembra volgere verso un più pragmatico realismo. L’obiettivo, come emerso dalle recenti consultazioni, non è più una vittoria militare definitiva di Kiev – prospettiva giudicata da molti analisti strategicamente improbabile – bensì la ricerca di una formula diplomatica che, pur nella sua complessità, possa consentire all’Ucraina di salvaguardare la propria integrità senza subire un’umiliazione. Una sfida che deve fare i conti con un dato giuridico-politico inequivocabile: il decreto 679/2022, firmato dal presidente Volodymyr Zelensky, che all’articolo 1 sancisce «l’impossibilità di condurre negoziati» con Vladimir Putin, posizione ribadita con fermezza anche al Pontefice quando si è parlato di mediazione.
In questo scenario intricato, la partita si gioca tutta sul piano delle garanzie di sicurezza. Come ha precisato l’ambasciatore Francesco Talò, già consigliere diplomatico di Giorgia Meloni e rappresentante permanente presso la Nato, è ormai chiaro che a Kiev non sarà offerta la piena membership atlantica. Si stanno invece studiando, come emerso dal vertice di Washington, forme alternative di difesa militare e cooperazione, sebbene sia prematuro, ha sottolineato Talò, parlare di dispiegamento di soldati occidentali sul campo. La vera questione di fondo è il rapporto con gli Stati Uniti e la presidenza Trump. Quella che alcuni commentatori hanno frettolosamente etichettato come «accondiscendenza» europea verso l’inquilino della Casa Bianca viene invece interpretata da ambienti diplomatici come un calcolato esercizio di realismo strategico. L’Europa, prendendo atto che la sua sicurezza dipende in larga misura dalla potenza americana, ha scelto di ingaggiare Trump per quello che è, non per quello che si vorrebbe che fosse.




