Pezeshkian difende il memorandum con gli Usa: "L’Iran non crollerà, la via del dialogo è la migliore"
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Redazione Esteri
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In una cerimonia per il rinnovo della fedeltà agli ideali del fondatore della Repubblica islamica, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la resilienza del proprio paese di fronte alle pressioni internazionali. "I nemici immaginavano che, con le loro pressioni e le loro azioni, l'Iran sarebbe crollato. Non solo questo non è accaduto, ma la forza e l'unità della nazione iraniana hanno stupito il mondo", ha dichiarato, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa Mehr.
Il presidente ha riconosciuto che la Repubblica islamica sta affrontando una "guerra economica, militare e di sicurezza su vasta scala", ma ha fermamente escluso che la situazione possa degenerare come in altri paesi. "Il paese sta affrontando molte difficoltà ma non siamo il Venezuela", ha sottolineato in un intervento alla televisione di Stato, respingendo i paragoni con le crisi di altre nazioni.
La difesa del memorandum e l'apertura al dialogo
In un discorso che si distacca nettamente dalle posizioni più intransigenti dei Pasdaran, Pezeshkian ha difeso il memorandum d'intesa firmato con gli Stati Uniti a metà giugno come la strada maestra per uscire dall'attuale stallo. Secondo il presidente, che incarna l'anima più moderata della leadership iraniana, il documento non contiene clausole che possano essere interpretate come una resa e rappresenta il miglior accordo possibile per gli interessi nazionali, basato su dignità e saggezza.
Ha spiegato che il paese non può attrarre investimenti in una fase così irrisolta e che, per questo motivo, è necessario rimuovere il rischio rappresentato dalla situazione attuale di "né guerra né pace". "La guida suprema fissa le politiche e noi seguiremo quel percorso", ha affermato Pezeshkian, sottolineando che il governo agisce nel solco delle indicazioni della massima autorità religiosa e politica del paese.
La guerra economica e le minacce di Washington
Le dichiarazioni del presidente iraniano giungono mentre gli Stati Uniti preparano una nuova e durissima offensiva economica contro Teheran. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha preannunciato misure senza precedenti, definite come un "D-Day economico", che mirano a colpire non solo l'Iran ma anche i paesi e le aziende che continueranno a intrattenere rapporti commerciali con la Repubblica islamica.
Questa nuova stretta è destinata ad aggravare ulteriormente le difficoltà di un'economia già provata da decenni di sanzioni e da un blocco navale statunitense, in un conflitto che ormai va avanti da quasi sei mesi. L'amministrazione Trump ha minacciato di imporre "il livello più alto di guerra economica e isolamento" mai visto, con l'obiettivo dichiarato di recidere ogni fonte di sostegno economico al governo iraniano.
La risposta dei Pasdaran e la tensione nello Stretto di Hormuz
A fare da contraltare alle aperture di Pezeshkian, e a dimostrazione delle profonde divisioni interne al sistema di potere iraniano, sono arrivate le parole dure del nuovo capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Mohsen Rezaei. Considerato un esponente della linea dura, Rezaei ha avvertito che qualsiasi paese che sostenga la nuova campagna economica americana sarà considerato un nemico e che l'Iran reagirà in modo "sismico".
La minaccia più concreta rimane quella di colpire il traffico petrolifero nel Golfo Persico, con l'obiettivo di interrompere le rotte alternative allo Stretto di Hormuz, uno snodo strategico per il commercio energetico mondiale. Il blocco di Hormuz, già attuato da Teheran come ritorsione per il mancato rispetto degli impegni da parte americana, continua a rappresentare il punto più critico della crisi, con le autorità iraniane che hanno recentemente segnalato il passaggio di alcune navi irachene mentre la tensione rimane altissima.
L'equilibrio fragile tra diplomazia e resistenza
La situazione che si delinea è quella di un paese sotto pressione su tutti i fronti, impegnato a resistere a quella che Pezeshkian stesso ha definito una guerra totale. Da un lato, il presidente cerca di mantenere aperti i canali diplomatici, difendendo l'intesa con gli Usa come unico strumento per uscire dall'impasse e attrarre gli investimenti necessari a rilanciare un'economia in ginocchio.
Dall'altro, l'ala più intransigente del regime, con il suo controllo sui principali apparati di sicurezza e militari, agita lo spettro di un conflitto regionale più ampio e di azioni militari dirette contro le petroliere nel Golfo, come già accaduto in passato.
Il fallimento dei negoziati entro i 60 giorni previsti dal memorandum e l'assenza di progressi sulla riapertura di Hormuz hanno di fatto vanificato gli sforzi diplomatici, gettando il paese in una situazione di stallo dove la resistenza economica e militare si scontra con la necessità di trovare una via d'uscita.
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