L’ultimatum di Trump per Hormuz e la nuova gittata dei missili iraniani

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione lungo il crinale di ferro che separa l’Iran dagli Stati Uniti e da Israele ha subito nelle ultime ore un’impennata improvvisa, segnata da un ultimatum categorico formulato dal presidente americano Donald Trump direttamente sul suo social network, Truth. Trump ha concesso a Teheran un lasso di tempo strettissimo, appena quarantotto ore, per rimuovere ogni ostruzione e ogni minaccia dallo Stretto di Hormuz, il passaggio cruciale per il flusso energetico globale: se entro questo termine l’Iran non aprirà completamente la via d’acqua, ha scritto Trump, gli Stati Uniti procederanno a colpire e annientare le centrali elettriche iraniane, a cominciare dalla più grande. Un messaggio, questo, che giunge a poche ore di distanza da una dichiarazione apparentemente più conciliante, nella quale lo stesso Trump ipotizzava una rapida conclusione delle operazioni militari, un’ambivalenza che ha contribuito ad accrescere il senso di imprevedibilità nell’approccio dell’amministrazione americana.

Il messaggio di Trump e le reazioni immediate di Teheran

Nel dettaglio, il post presidenziale – scritto in maiuscolo per enfatizzarne la perentorietà – lascia poco spazio a interpretazioni alternative: “Se l’Iran non aprirà completamente, senza minacce, lo Stretto di Hormuz entro 48 ore da questo preciso istante, gli Stati Uniti colpiranno e annienteranno le loro varie centrali elettriche, iniziando dalla più grande!”. La posta in gioco è altissima, considerando che lo Stretto rappresenta un passaggio obbligato per circa un quinto del petrolio mondiale e per una parte consistente del gas naturale liquefatto, e il suo blocco, o la sola percezione di un pericolo imminente, ha già causato nelle scorse settimane un’impennata dei prezzi energetici in Europa, con aumenti fino al trentacinque per cento. La replica di Teheran non si è fatta attendere, e si è concretizzata in una contro-minaccia formulata dal comando militare Khatam al-Anbiya: qualora gli impianti energetici iraniani venissero presi di mira, la risposta consisterebbe in attacchi alle infrastrutture energetiche, informatiche e agli impianti di desalinizzazione statunitensi e israeliani presenti nella regione. Un avvertimento, questo, che evidenzia la crescente vulnerabilità di tutte le infrastrutture critiche del Golfo Persico, ormai trasformate in potenziali bersagli in un conflitto che non conosce più linee di demarcazione precise.

Missili a lunga gittata: “Possono raggiungere Berlino, Parigi e Roma”

A inasprire ulteriormente il quadro strategico è stata una valutazione tecnica emessa dal vertice militare israeliano, che ha ridefinito la percezione della minaccia rappresentata da Teheran. Il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (Idf), il tenente generale Eyal Zamir, ha dichiarato che i missili balistici di cui l’Iran dispone oggi possiedono una gittata tale da poter raggiungere senza difficoltà le capitali europee, citando esplicitamente Berlino, Parigi e Roma, tutte definite a portata di tiro diretto. Questa valutazione – riportata dal Times of Israel – arriva a seguito di un attacco missilistico che l’Iran ha rivendicato come proprio, nel corso del quale sarebbero stati lanciati due missili balistici intercontinentali con una gittata stimata di circa quattromila chilometri verso un obiettivo statunitense situato sull’isola di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano. L’attacco alla base, condivisa tra Stati Uniti e Regno Unito, sarebbe avvenuto prima che Londra formalizzasse l’autorizzazione all’uso delle proprie basi per operazioni offensive contro i siti missilistici iraniani -1-2; uno dei due missili è stato abbattuto da una nave militare americana, mentre l’altro sarebbe fallito in volo, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal.

Il riassetto delle forze e lo scenario globale

Le implicazioni geopolitiche di queste mosse si stanno già riverberando ben oltre il Medio Oriente, coinvolgendo attori tradizionalmente più cauti come il Giappone. Il ministro degli Esteri giapponese, Toshimitsu Motegi, ha infatti rivelato, in un’intervista televisiva rilasciata al rientro da Washington, che il governo nipponico sta valutando concretamente la possibilità di un dispiegamento delle proprie Forze di Autodifesa (Sdf) nello Stretto di Hormuz, con l’obiettivo specifico di condurre operazioni di sminamento. Una condizione, quella posta da Tokyo, essenziale per procedere: che si raggiunga prima un cessate il fuoco nel conflitto che oppone Stati Uniti e Israele all’Iran. Motegi, presente ai colloqui bilaterali tenutisi alla Casa Bianca giovedì scorso, ha ricordato che il Giappone importa circa il novanta per cento del proprio greggio dal Medio Oriente, un flusso che transita proprio attraverso le acque dello Stretto di Hormuz. La sua dichiarazione sottolinea la vulnerabilità dell’intera architettura commerciale globale, mostrando come il Giappone – vincolato da una costituzione pacifista – si prepari a un coinvolgimento operativo che, fino a pochi giorni fa, appariva remoto.

La strategia statunitense e le vendite petrolifere in deroga

Sul fronte politico-diplomatico, intanto, emergono segnali contraddittori che rivelano la complessità della strategia statunitense. Se da un lato Trump minaccia attacchi devastanti alle infrastrutture civili iraniane, dall’altro l’amministrazione ha concesso un via libera alla vendita del petrolio iraniano che si trova già in navigazione, una deroga che consente a carichi già partiti di raggiungere le destinazioni pattuite senza essere intercettati o bloccati. Una scelta pragmatica, quella di non interrompere i flussi già avviati, che si accompagna alle dichiarazioni del presidente secondo cui Teheran vorrebbe stringere un accordo mentre gli Stati Uniti non sono interessati a trattare. Il primo ministro britannico, Keir Starmer, ha convocato una riunione Cobra per la prossima settimana, dedicata non solo alla gestione della crisi militare ma anche alle ricadute economiche sul costo della vita, mentre il governo giapponese si è attivato per la liberazione di due cittadini nipponici detenuti in Iran, uno dei quali già rimpatriato. Il quadro che emerge è quello di un conflitto che ha ormai valicato i confini regionali, in cui le minacce militari si intrecciano con la gestione delle rotte energetiche e con le fragilità interne dei paesi coinvolti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.