Trump chiama gli alleati: «Navi da guerra con noi a Hormuz». E l’Iran rilancia: «Stretto chiuso ai nemici»
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Redazione Esteri
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L’escalation militare nel Golfo Persico, dopo settimane di scontri che hanno di fatto paralizzato una delle vie d’acqua cruciali per l’economia globale, conosce una nuova, significativa svolta. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, tornato alla guida della Casa Bianca, ha lanciato un appello diretto a quelle che ha definito come le nazioni più penalizzate dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, chiedendo loro un impegno concreto e visibile. In un messaggio pubblicato sul suo social network, Truth Social, il capo della Casa Bianca ha dichiarato che molti paesi, specialmente quelli danneggiati dal tentativo iraniano di bloccare il passaggio, invieranno proprie unità navali in collaborazione con gli Stati Uniti, con l'obiettivo di preservare la sicurezza e la libertà di navigazione in quello stretto braccio di mare largo appena 39 chilometri.
L’invito, che ha la sostanza di una sollecitazione pubblica rivolta alla comunità internazionale, è stato esteso esplicitamente a governi come quelli di Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito. L’amministrazione Trump, pur rivendicando di aver già neutralizzato l’intera capacità militare della Repubblica Islamica, non nasconde la persistente minaccia rappresentata da tattiche asimmetriche, come l’impiego di droni, la posa di mine o il lancio di missili a corto raggio lungo la via d’acqua. Un’ammissione, questa, che giunge mentre Teheran, per bocca del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, rilancia la propria posizione, chiarendo che il blocco dello Stretto di Hormuz è applicato esclusivamente alle petroliere e alle imbarcazioni dei nemici e dei loro alleati. Araghchi ha inoltre avvertito che qualsiasi attacco contro gli impianti energetici iraniani scatenerebbe una rappresaglia mirata contro le strutture delle compagnie statunitensi presenti nell’area.
La strategia della tensione e il nodo della sicurezza energetica
La richiesta di una coalizione navale arriva in un contesto di fuoco incrociato che ha già visto gli Stati Uniti bombardare l’isola di Kharg, il principale terminale petrolifero iraniano da cui transita circa il 90 per cento delle esportazioni di greggio del paese. Trump ha specificato che l’attacco ha preso di mira obiettivi militari, risparmiando le infrastrutture energetiche, ma ha minacciato di colpire anche quelle se il blocco dello Stretto di Hormuz dovesse persistere. Una linea rossa, quest’ultima, a cui Teheran ha replicato con la promessa di attaccare immediatamente tutte le infrastrutture petrolifere, energetiche ed economiche delle compagnie che detengono azioni americane o collaborano con Washington nella regione. A complicare ulteriormente il quadro, le Guardie Rivoluzionarie hanno messo in guardia i civili negli Emirati Arabi Uniti, invitandoli a tenersi lontani da porti e banchine, ritenuti basi di lancio per i missili statunitensi e quindi obiettivi legittimi.
Sul fronte opposto, la posizione iraniana si fa sempre più intransigente. Fonti vicine alla Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, confermano la strategia di mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz come strumento di pressione, chiedendo contestualmente la chiusura delle basi militari americane presenti nel Golfo. Il comandante della marina delle Guardie, Alireza Tangsiri, ha ribadito la determinazione a infliggere i colpi più duri al nemico, seguendo la strategia della chiusura. Non solo: un ex comandante delle Guardie, Mohsen Rezaei, ora membro del Consiglio per il Discernimento, ha minacciato che lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto fino a quando gli Stati Uniti non si ritireranno dal Golfo Persico, chiedendo inoltre un risarcimento totale per i danni subiti e una garanzia del 100 per cento per il futuro, condizioni che ha definito irrealizzabili senza il ritiro americano.
Le crepe nell’alleanza e l’impatto sui mercati
Nonostante la proiezione di forza americana, emergono crepe nella pianificazione strategica della coalizione. Secondo indiscrezioni riportate da media internazionali e citate dall’agenzia Anadolu, il Dipartimento della Difesa e il Consiglio per la Sicurezza Nazionale avrebbero sottovalutato la determinazione iraniana a chiudere lo Stretto di Hormuz in risposta agli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele. Funzionari americani avrebbero ammesso, in briefing al Congresso, di non aver preventivato appieno lo scenario peggiore, confidando in una reazione più contenuta di Teheran. Una sottovalutazione che ha portato a un’impennata dei prezzi del petrolio, con il Brent avvicinatosi alla soglia dei 100 dollari al barile, e a una volatilità dei mercati che ha costretto l’amministrazione a sospendere temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo per stabilizzare l’offerta.
A ciò si aggiungono le fibrillazioni diplomatiche all’interno dello stesso schieramento guidato da Washington. Trump, interpellato sui giornalisti, ha lasciato intendere che gli obiettivi di guerra di Stati Uniti e Israele potrebbero non essere perfettamente allineati, sottolineando come Israele sia una nazione differente dalla sua. Una dichiarazione che getta un’ombra sulla coesione dell’alleanza, mentre il presidente americano si dice certo che, una volta risolta la crisi, si assisterà a un forte calo del prezzo della benzina. Nel frattempo, sul campo, la riduzione del traffico di petroliere è drastica: nei primi undici giorni di marzo, attraverso lo Stretto di Hormuz ne sarebbero transitate appena una decina, un numero irrisorio se paragonato alle oltre milleduecento dello stesso periodo dell’anno precedente.




