Stretto di Hormuz bloccato, il caro-carburante mette in ginocchio i voli e apre una voragine nei risarcimenti
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Redazione Interno
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Sono trascorsi quarantaquattro giorni dall’inizio del conflitto che sconvolge l’Iran, e la chiusura dello Stretto di Hormuz – quell’arteria vitale da cui dipende gran parte del trasporto marittimo del greggio – sta producendo effetti a catena anche lontano dal teatro bellico, colpendo duramente le tasche dei passeggeri e la stabilità finanziaria delle compagnie aeree. Mentre i riflettori sono puntati sugli equilibri geopolitici, nel vecchio continente si consuma un’altra battaglia, fatta di bilanci in rosso, aerei fermi a terra e una selva di cavilli legali che rischia di lasciare senza un euro migliaia di viaggiatori.
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha messo nero su bianco l’entità del danno economico collaterale: la bolletta energetica dell’Unione, a causa delle ostilità in corso, è già aumentata di 22 miliardi di euro. Una cifra che fotografa la pressione immediata sul prezzo del cherosene, il cui rincaro si sta riversando come un macigno sui vettori. L’allarme, del resto, era stato lanciato con chiarezza da Aci Europe, l’associazione che riunisce gli scali del continente: se il flusso delle navi non dovesse riprendere con regolarità nell’arco di tre settimane, la carenza di carburante per aerei diventerebbe “sistemica”, mettendo in ginocchio le operazioni quotidiane.
Il tonfo in borsa e la fragilità delle low cost
La reazione dei mercati, a valle del fallimento del primo round di colloqui tra Washington e Teheran, non si è fatta attendere. I titoli del settore trasporto aereo hanno subito una pesante correzione, con i vettori low cost a fare da traino al ribasso. Wizz Air, storicamente la più esposta alle rotte mediorientali, ha ceduto il 6,8%, seguita da easyJet con un -4,1% e Ryanair, seppur considerata dagli analisti tra le più solide, ha chiuso con un -3,0%. Una flessione che, come sottolineano i commentatori finanziari, riflette la vulnerabilità di un modello di business basato sulla massimizzazione dell’efficienza: margini talmente sottili che un rincaro improvviso del combustibile, come quello registrato nelle ultime settimane, rischia di eroderli completamente, mettendo in discussione la redditività dei voli anche sulle tratte più gettonate.
Il nodo dei rimborsi: tra forza maggiore e obblighi europei
Se per gli azionisti il danno è patrimoniale, per i passeggeri il problema diventa giuridico e pratico. Chi ha prenotato un volo e si ritrova con il biglietto cancellato a causa della carenza di carburante rischia di rimanere a piedi senza poter nemmeno sperare in un indennizzo sostanzioso. Il riferimento normativo è il Regolamento CE n. 261/2004, che in condizioni normali garantisce assistenza e compensazioni fino a 600 euro. Tuttavia, la giurisprudenza europea ha sempre riconosciuto la clausola della “circostanza eccezionale” – un evento imprevedibile e inevitabile nonostante l’adozione di tutte le misure ragionevoli – per esonerare i vettori dal pagamento dei risarcimenti.
La guerra in Iran e il conseguente blocco navale ordinato dal presidente Trump rientrano a pieno titolo in questa casistica, a patto che le compagnie dimostrino di aver fatto tutto quanto in loro potere per scongiurare il disagio, magari riorganizzando le rotte o facendo scalo in aeroporti alternativi. Uno sforzo, quest’ultimo, che nei fatti appare complesso: deviare un aereo per evitare lo spazio aereo mediorientale significa allungare i tempi di volo e bruciare ancora più cherosene, vanificando il risparmio. Per i viaggiatori, quindi, il diritto al rimborso del biglietto – che in caso di cancellazione è comunque garantito entro sette giorni – rimane in piedi, ma la possibilità di ottenere la somma aggiuntiva prevista come penale per il disagio subito rischia di svanire, nascosta dietro la nebulosa definizione di “evento straordinario”.
Ripercussioni sui contratti di fornitura e le rotte globali
Non solo i rapporti con l’utenza finale, però. La chiusura dello Stretto sta mettendo a dura prova anche i contratti commerciali stipulati tra le compagnie aeree e i fornitori di carburante. Il cherosene, nel trasporto aereo, non è una commodity qualsiasi: ha una filiera logistica rigidissima, e una battuta d’arresto nelle consegne si traduce immediatamente in una incapacità operativa. Gli esperti legali prevedono un’ondata di contenziosi tra vettori e società di stoccaggio, dove si discuterà se il blocco di Hormuz possa configurarsi come un caso di *force majeure* (forza maggiore) tale da sospendere gli obblighi di rifornimento, oppure se le società energetiche fossero tenute a garantire scorte alternative. Un’incertezza che si riverbera sull’operatività quotidiana: se uno scalo strategico come Francoforte o Parigi Charles de Gaulle dovesse rimanere a secco, le conseguenze in termini di cancellazioni a raffica sarebbero devastanti per l’intera rete europea.




