Guerra in Medio Oriente, il rompicapo delle rotte aeree tra carburante alle stelle e scali fantasma

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Basta osservare la mappa del traffico aereo mondiale, in questi giorni, per rendersi conto di come un conflitto – quello scoppiato tra Israele e Stati Uniti, da una parte, e l’Iran dall’altra – abbia trasformato il cielo in un intricato rompicapo. Le rotte che per decenni hanno collegato l’Europa all’Asia, passando attraverso i grandi hub del Golfo Persico, si sono improvvisamente rivelate impraticabili. Dubai, Abu Dhabi e Doha, snodi nevralgici dove si riversavano quotidianamente centinaia di migliaia di passeggeri in transito, sono oggi al centro di uno spazio aereo militarizzato, dove il lancio di missili e droni e le ritorsioni hanno reso necessario chiudere intere porzioni di cielo. Per le compagnie aeree internazionali si è quindi aperta una fase di caos organizzato: ridisegnare le rotte, aggirando non solo l’Iran ma anche le aree di conflitto in Iraq e, a tratti, il Kuwait e il Bahrein, significa per i vettori aggiungere ore di volo, con un conseguente aumento esponenziale del consumo di carburante. È una sorta di ritorno al passato, quando i corridoi aerei erano più stretti e le possibilità di scalo erano limitate a pochi valichi, come quello che oggi costringe gli aerei a stiparsi in un corridoio di circa 80 chilometri sopra Georgia e Azerbaigian.

Il nodo del Golfo, il costo del carburante e l’effetto sulla Pasqua

Se la chiusura degli scali rappresenta un problema logistico immediato, la vera emergenza – quella che rischia di bruciare le tasche dei passeggeri in vista delle vacanze di Pasqua – è un’altra. Alla base delle difficoltà operative c’è la chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per un quinto del petrolio mondiale e per una quota altrettanto rilevante di prodotti raffinati, tra cui il cherosene per aerei. Le conseguenze si sono fatte sentire in modo violento sui mercati energetici: se il conflitto ha fatto schizzare il prezzo del greggio, l’effetto leva sul jet fuel è stato ancora più devastante, con i prezzi in Europa che sono raddoppiati e in Asia che hanno registrato un balzo vicino all’80 per cento. Un dato, quest’ultimo, che incide in maniera pesante sui costi operativi delle compagnie, dove il carburante rappresenta la seconda voce di spesa dopo il personale. Di fronte a questa stangata, i vettori europei riuniti nell’associazione Airlines for Europe hanno lanciato l’allarme: i rincari sui biglietti sono inevitabili. Air France-Klm e Finnair hanno già annunciato aumenti tariffari sulle tratte a lungo raggio, mentre la scandinava SAS ha dovuto tagliare circa mille voli, vittima sacrificale di un’impennata dei costi troppo rapida per essere assorbita.

Le strategie in volo tra nuovi scali e aerei più grandi

In questo scenario di crisi, le compagnie stanno mettendo in campo strategie diversificate per tentare di limitare i danni e sfruttare le falle lasciate aperte dai giganti del Golfo. Se da un lato i big del Medio OrienteEmirates, Etihad e Qatar Airways – hanno visto il loro modello di business fondato sugli hub messo in ginocchio, riducendo drasticamente i collegamenti e lasciando aerei e passeggeri fuori posizione, dall’altro lato i vettori europei e asiatici stanno cercando di ritagliarsi uno spazio maggiore. British Airways e Lufthansa, ad esempio, hanno intensificato le frequenze verso destinazioni asiatiche e africane, intercettando quei flussi di traffico che prima transitavano obbligatoriamente dal Golfo. Anche Air France-Klm ha optato per una soluzione pratica: ha sostituito gli aerei su rotte chiave come Tokyo, Shanghai e Mumbai con velivoli di capacità maggiore, cercando di rispondere alla domanda crescente in un contesto di offerta ridotta. Parallelamente, per le compagnie che operano dall’India o dal Sud-est asiatico, il problema si è fatto ancora più intricato, con la necessità di evitare non solo lo spazio aereo iraniano ma anche quello pachistano, con conseguenti allungamenti dei percorsi che in alcuni casi superano l’ora aggiuntiva.

Un sistema aereo in bilico tra geografia e conflitto

Quello che emerge è il quadro di un sistema globale della mobilità la cui fragilità è stata improvvisamente esposta. La guerra ha infatti messo in crisi non solo le rotte, ma l’intera architettura logistica che regge i viaggi intercontinentali. Le difficoltà nello Stretto di Hormuz, paradossalmente, non derivano tanto da un blocco fisico dichiarato, quanto da un blocco economico determinato dall’incertezza: le polizze assicurative per attraversare quelle acque sono diventate proibitive, i premi per il rischio di guerra sono schizzati alle stelle, rendendo di fatto non convenienti i rifornimenti di cherosene per le raffinerie europee. Per i passeggeri, le ripercussioni sono già tangibili, tra cancellazioni (si parla di decine di migliaia di voli annullati dalle prime fasi del conflitto) e ritardi dovuti a riprogrammazioni dell’ultimo minuto, come quando un drone ha colpito nei pressi dell’aeroporto di Dubai costringendo i velivoli in avvicinamento a restare in holding pattern. Se per i vettori si tratta di gestire una perdita di efficienza senza precedenti, per i viaggiatori l’effetto è quello di una riduzione della connettività, con l’Europa e l’Asia che appaiono oggi più distanti, separate da un vuoto operativo che un tempo era colmato dai grandi scali del deserto.

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