Papa ad Acerra: “il bene comune prima degli affari di pochi”
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Redazione Interno
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Leone XIV ha fatto il suo ingresso in una piazza Calipari gremita, se non altro per ribadire un concetto che, in una terra segnata da anni di violazioni e silenzi complici, suona come una scossa elettrica: il bene comune viene prima degli interessi di pochi, piccoli o grandi che siano. Il Pontefice, giunto in elicottero dal Vaticano per una visita pastorale lampo, ha voluto raccogliere ciò che lui stesso ha definito “le lacrime di chi ha perso persone care”, vittime di un inquinamento ambientale – quello provocato dallo smaltimento illecito di rifiuti tossici – che ha trasformato questo lembo di Campania in un cimitero a cielo aperto. Accolto dal vescovo Antonio Di Donna, dal presidente della Regione Roberto Fico e dal sindaco Tito d’Errico, il Papa ha subito chiarito che il suo non era un semplice atto di presenza: era la denuncia, a voce alta, contro un sistema di corruzione mafiosa che per decenni ha agito impunemente.
Il grido dal duomo: “Questo dolore impone un nuovo patto”
Prima di affacciarsi sulla folla, il Papa si è raccolto in preghiera nella Cattedrale di Santa Maria Assunta, circondato dai familiari delle vittime e da chi ancora lotta contro la malattie causate dai veleni sparsi nel suolo e nell’aria. È stato in quel contesto intimo, carico di una sofferenza che definire “rabbia” sarebbe riduttivo, che Leone XIV ha pronunciato la sua invettiva più toccante: “Questa terra ha pagato un tributo alto, ha sepolto tanti suoi figli, ha assistito alla sofferenza di bambini e innocenti”. Ha ricordato, il vescovo Di Donna, come solo ad Acerra negli ultimi trent’anni siano morti circa 150 giovani, senza contare gli adulti o le vittime dei territori limitrofi. Di fronte a questi numeri, che nascondono storie di una drammaticità inaudita, il Papa ha esortato tutti a farsi testimoni di “un nuovo patto” sociale, lanciando un messaggio diretto a chi, in passato, ha preferito voltarsi dall’altra parte.
Un futuro senza veleni: l’appello alla giustizia
Nonostante il clima di commozione, Leone XIV non ha concesso spazio alla retorica del lamento fine a se stesso. Ha invece indicato una strada lastricata di impegno etico e memoria operosa, partendo dal presupposto che la criminalità uccide, ma il deserto può fiorire. Per questo ha esortato le famiglie a generare “vita nuova” trasmettendo il senso di responsabilità alle nuove generazioni, mentre a chi amministra la cosa pubblica ha ricordato che non esiste sviluppo vero se lascia indietro malati e poveri. In piazza, tra i volti segnati dal dolore e gli striscioni che inneggiavano alla giustizia, il messaggio è passato nitido: la partita per risanare la “terra avvelenata” si gioca sulla trasparenza e sulla rottura delle alleanze criminali. Un’operazione che, come ha sottolineato il vescovo Di Donna, non può prescindere dal dire “mai più” a questo modello di crescita, ripetendolo con la forza di chi ha seppellito i propri figli e ora chiede solo di poter respirare senza paura.




