Stretto di Hormuz, la partita del petrolio e il controllo conteso
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Redazione Economia
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La battaglia per lo Stretto di Hormuz continua a essere il cuore pulsante del conflitto tra Stati Uniti e Iran, con risvolti che vanno ben oltre il semplice scontro militare. Le recenti dichiarazioni dell'amministrazione Trump dipingono un quadro di successo strategico, sostenendo che l'ammiraglio Brad Cooper e le forze del Comando Centrale degli Stati Uniti abbiano ribaltato le sorti della contesa.
Tuttavia, la realtà operativa sul terreno appare più complessa di quanto la narrazione ufficiale lasci intendere, con una serie di dinamiche economiche e logistiche che stanno ridisegnando gli equilibri della regione.
La riapertura dell'oleodotto Est-Ovest
Un elemento chiave di questa partita è rappresentato dalla riapertura dell'oleodotto Est-Ovest, la condotta che attraversa l'Arabia Saudita da un capo all'altro e sfocia nel porto di Yanbu, sul Mar Rosso, aggirando completamente lo Stretto di Hormuz. Secondo quanto riportato da Bloomberg, l'infrastruttura trasporta attualmente un flusso di greggio pari a 3,5 milioni di barili al giorno, una cifra che corrisponde alla metà della capacità registrata prima che un attacco dei ribelli yemeniti huthi, il 10 settembre, costringesse Riyadh a chiudere la condotta.
Si tratta di un'arteria vitale che, proprio per la sua posizione geografica, consente di bypassare il collo di bottiglia rappresentato dallo stretto, offrendo una valvola di sfogo per le esportazioni di greggio della regione.
Il sistema dei pedaggi e le rotte alternative
Parallelamente, emergono dettagli su un sistema di pedaggi che Teheran avrebbe messo in piedi per consentire il passaggio delle navi attraverso Hormuz. Secondo fonti citate da Lloyd's List, gli operatori navali sarebbero tenuti a contattare intermediari autorizzati con legami con le Guardie della Rivoluzione prima di intraprendere qualsiasi spostamento.
La procedura prevede la presentazione di una documentazione completa, che include il numero Imo, la catena di proprietà, il manifesto del carico e la destinazione, seguita da una verifica geopolitica che dà priorità al petrolio rispetto ad altre merci. I pagamenti, che secondo alcune fonti possono arrivare fino a 2 milioni di dollari per viaggio, avverrebbero attraverso sistemi che aggirano le sanzioni occidentali, inclusi canali informali e criptovalute.
Le operazioni di trasferimento ship-to-ship
A complicare ulteriormente il quadro contribuisce l'adozione di tecniche di trasferimento ship-to-ship, un metodo che consente di eludere i controlli iraniani spostando il greggio da una nave all'altra in acque relativamente sicure, come quelle al largo dell'Oman. Secondo un'analisi di Reuters, le petroliere dirette verso lo stretto devono navigare verso un punto di incontro prestabilito, per poi procedere in fila indiana con i trasponder disattivati e le luci abbassate.
Una volta superata la zona controllata dall'Iran, le navi si affiancano a grandi petroliere vuote per il trasbordo del carico, un'operazione che può richiedere tra le 24 e le 40 ore. Questo sistema, se da un lato consente di mantenere in movimento parte del flusso petrolifero, dall'altro evidenzia come il controllo sullo stretto non sia affatto monolitico.
Il quadro strategico e le sue implicazioni
La situazione che si è venuta a creare nello Stretto di Hormuz riflette una complessità che va oltre la semplice contrapposizione militare. Da un lato, gli Stati Uniti rivendicano il successo delle proprie operazioni, dall'altro, l'Iran continua a esercitare una forma di controllo che passa attraverso un sistema di autorizzazioni, verifiche e, in alcuni casi, pedaggi.
La riapertura dell'oleodotto saudita e l'adozione di rotte alternative rappresentano una risposta logistica a una crisi che dura da mesi, ma non risolvono la questione di fondo relativa alla libertà di navigazione in una delle vie d'acqua più strategiche del pianeta.
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