La chat sessista degli autisti Atm e lo sguardo violato delle passeggere
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Redazione Interno
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La linea del tram numero 15, quella che da Duomo si snoda fino a Rozzano, è stata teatro di una vicenda che ha scosso Milano e che ha messo in luce un uso distorto e inaccettabile della tecnologia al servizio della sicurezza. Accanto a una passeggera, un autista in divisa Atm – la società che gestisce il trasporto pubblico cittadino, interamente controllata dal Comune – digitava freneticamente sul suo cellulare. Alla ragazza, incuriosita da quell'attività tanto assorbente, è caduto l'occhio sullo schermo, ed è rimasta di stucco.
Sulla chat denominata "Staff Ticinese" era in corso un fitto scambio di immagini di parti intime femminili, corredate da commenti sessisti e volgari, che la giovane ha subito riconosciuto come fotogrammi estrapolati dalle telecamere di sorveglianza collocate a bordo dei mezzi, quelle stesse telecamere installate per garantire la sicurezza di viaggiatori e conducenti.
Uno sguardo che viola la privacy
Quella che poteva sembrare una banale distrazione durante un viaggio in tram si è rivelata la scintilla di un caso di portata ben più ampia. La passeggera ha assistito a una vera e propria violazione della privacy in diretta, osservando l'uomo – in divisa e quindi facilmente riconoscibile come dipendente dell'azienda – commentare e condividere con altri colleghi le immagini di donne ignare.
L'attivista Carlotta Vagnoli, che ha raccolto la testimonianza e l'ha rilanciata attraverso la sua newsletter "Rassegna Stanca", ha descritto le foto come ritratti di "gambe, volti, seni e cosce di donne ignare di essere diventate carne da macello". L'episodio ha suscitato un'ondata di indignazione, sollevando interrogativi profondi sull'abuso di potere e sulla cultura sessista che sembra ancora permeare certi ambienti di lavoro, dove la tecnologia, concepita per uno scopo nobile, viene piegata a un utilizzo meschino e lesivo della dignità altrui.
Non si trattava di semplici foto rubate, ma di uno sfruttamento sistematico delle telecamere di sicurezza, uno strumento che i passeggeri considerano un baluardo di protezione e che invece è stato utilizzato per trasformarli in bersagli di commenti umilianti.
L'indagine di Atm e le sanzioni
Di fronte alla gravità della denuncia, l'azienda Atm ha reagito con prontezza e fermezza, aprendo un'indagine interna e annunciando una "reazione durissima". La società, che si è costituita parte civile depositando una denuncia alla Polizia Locale, ha assicurato che agirà "in ogni sede opportuna" per accertare le responsabilità e garantire che fatti del genere non si ripetano.
Le indagini hanno portato all'identificazione di sette persone coinvolte nella chat: si tratta di un conducente, cinque impiegati amministrativi e un pensionato, tutti operativi nel deposito di zona Ticinese. Per loro, l'azienda ha già annunciato provvedimenti disciplinari che potrebbero rivelarsi molto pesanti, vista la violazione del codice etico e l'uso improprio degli strumenti aziendali.
L'episodio, come ha sottolineato Marta, una dipendente dell'amministrazione che ha voluto esprimere il suo sdegno, rappresenta un profondo tradimento dei valori che l'azienda dichiara di sostenere, e lei stessa si è detta "ferita profondamente" nel vedere colleghi utilizzare le telecamere di sorveglianza – installate per la sicurezza di tutti – per umiliare le passeggere.
La tecnologia come arma di discriminazione
Il caso Atm, sebbene circoscritto a un gruppo di persone, si inserisce in un contesto più ampio e preoccupante, dove la tecnologia diventa spesso il vettore di violenze simboliche e non solo. Dalle chat sessiste ai deepfake, l'utilizzo distorto di strumenti digitali per vessare le donne è un fenomeno che, come hanno mostrato anche le inchieste su "Mia Moglie" o su Phica.net, sembra purtroppo radicato. La domanda che emerge spontanea è quando e perché la tecnologia, nata per connettere e proteggere, si trasforma in un nemico per le donne.
In questo caso specifico, il punto non è tanto la chat in sé, ma l'aver utilizzato le telecamere di sicurezza, che rappresentano l'autorità e il controllo dell'azienda, come un occhio indiscreto e giudicante sulle passeggere. Un atto che capovolge il senso della protezione, facendo sentire le donne non più al sicuro ma sotto osservazione, trasformando il mezzo pubblico – un luogo di passaggio e di socialità – in un potenziale teatro di violazione.
Una delle passeggere che ha denunciato il caso ha espresso tutto il suo sgomento e la sua paura, sottolineando come episodi del genere minino la fiducia nelle istituzioni e nel servizio pubblico, facendo sentire le donne costantemente esposte a uno sguardo indesiderato e predatorio.
La risposta delle istituzioni e il valore del rispetto
L'eco della vicenda ha raggiunto anche il sindaco di Milano, che ha invitato l'azienda a fare piena luce e a intervenire con durezza, auspicando che i responsabili non vengano rimessi in condizioni di nuocere ulteriormente. La posizione di Atm, che si è impegnata a tutelare i clienti e i propri dipendenti corretti, sembra andare in questa direzione, dimostrando una volontà di non minimizzare l'accaduto e di agire con decisione.
Resta tuttavia un senso di amarezza e la consapevolezza che, al di là delle sanzioni, è necessario un profondo lavoro culturale per prevenire il ripetersi di episodi simili, perché il rispetto non può essere un valore negoziabile e la tecnologia non deve mai diventare uno strumento di discriminazione e abuso.
La vicenda dello "Staff Ticinese" non è solo un fatto di cronaca da archiviare, ma un campanello d'allarme su come, ancora oggi, la percezione del corpo femminile possa essere oggetto di una curiosità malsana e di un senso di possesso che, se alimentato da strumenti tecnologici, rischia di sfuggire a ogni controllo, generando danni profondi e duraturi nella percezione di sicurezza delle persone.




