Kolarov, Palombo, Cecchi e quell’altro volto nascosto dello scudetto dell’Inter
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Redazione Sport
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C’è un’immagine, per certi versi simbolica, che racconta meglio di ogni moviola il secondo scudetto consecutivo dell’Inter – il ventunesimo della sua storia, per l’esattezza – e non coincide né con la corsa di Thuram né con il muro eretto da Bastoni. Quell’immagine è un uomo, Cristian Chivu, che dopo il triplice fischio di domenica 3 maggio (2-0 al Parma, una serata che ha trasformato Piazza Duomo in un mare nerazzurro fatto di bandiere e canti generazionali) tende la mano a chi lo ha assistito nei mesi duri. Lo fa nel giorno più importante della sua vita da allenatore, quello in cui la parabola che lo ha visto passare dalla panchina della Primavera alla conquista del tricolore si compie senza retorica. E lo fa nel modo più elegante: dopo aver parlato e riparlato in televisione, dopo aver raccontato lo scudetto con la pacatezza di chi conosce il peso delle parole, cede il microfono in sala stampa ai suoi collaboratori. Gente che i riflettori non li cerca, ma senza la quale quel titolo, probabilmente, non avrebbe mai preso forma.
Il vice, il tattico e l’uomo dei piazzati
Dietro quella scelta, infatti, si muovono professionisti che i tifosi ricordano per altri motivi: c’è Aleksandar Kolarov, il vice, terzino dal sinistro pesante che un tempo faceva tremare le difese avversarie e oggi studia le mosse dell’avversario accanto a Chivu. C’è Mario Cecchi, l’uomo che cura la fase tattica con la meticolosità di un orologiaio, quello che nei video si perde nei dettagli che agli altri sfuggono. E poi Angelo Palombo, ex capitano della Sampdoria, oggi specialista dei calci piazzati: la sua firma, invisibile a chi guarda solo i gol, si legge in ogni angolo battuto con geometria chirurgica. Senza dimenticare Stefano Rapetti, il preparatore atletico che ha tenuto in piedi la squadra nei momenti di maggiore usura fisica, e il suo assistente Christian Di Claudio. Insieme a loro, nel reparto dei portieri, Paolo Orlandoni vigila sui guantoni, mentre Maurizio Fanchini completa lo staff con la competenza di chi ha già visto tante notti simili.
Una festa da stadio e da salotto vip
Fuori dallo spogliatoio, la città ha risposto con l’entusiasmo che solo certi appuntamenti sanno generare: migliaia di persone, nessuna distinzione d’età, hanno invaso il centro sventolando il nerazzurro come fosse una seconda pelle. Tra loro, inevitabilmente, anche qualche volto noto al grande pubblico. Amadeus, per esempio, si è fatto riprendere mentre abbracciava la moglie Giovanna Civitillo e il figlio José; un’immagine di gioia privata in un contesto pubblico, tanto semplice quanto efficace. Ma c’è anche chi, come Bonolis, ha speso parole nette per il lavoro di Chivu – definendolo «una brava persona» e ricordando un lungo viaggio in macchina insieme a Zanetti al ritorno da Istanbul – salvo poi lanciarsi in considerazioni più eccentriche (quella sugli “avvelenatori”, per intenderci) che però, per quanto curiose, restano ai margini del racconto sportivo.
Il giorno dopo e l’offerta della Gazzetta
La stagione, va detto, non è ancora archiviata: l’Inter aspetta il 17 maggio, l’ultima partita interna contro il Verona, per chiudere il cerchio con il tradizionale giro in pullman scoperto per le strade di Milano. Nel frattempo, c’è chi ha già trovato il modo di celebrare il tricolore con un gesto concreto. La Gazzetta dello Sport, per pochi giorni, propone l’abbonamento digitale G+ a 4,99 euro al mese per il primo anno (un pagamento unico annuale da 59,99 euro). Non è un dettaglio marginale, almeno per chi legge: la promozione lega il piacere della cronaca a quello della memoria, offrendo un modo per rileggersi passo dopo passo una cavalcata che, senza i Kolarov, i Palombo, i Cecchi e gli altri, probabilmente avrebbe avuto un esito diverso.




