Tim fa saltare il contratto con Inwit sulle torri, dopo Fastweb arriva la disdetta

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il colosso telefonico guidato dall’amministratore delegato Pietro Labriola ha deciso: il rapporto contrattuale che lega Tim a Inwit, la società che gestisce le infrastrutture passive per la telefonia mobile, sarà risolto alla scadenza naturale dell’agosto 2030. La decisione, formalizzata durante un consiglio di amministrazione straordinario convocato nella giornata di domenica 29 marzo sotto la presidenza di Alberta Figari, arriva a valle di una clausola sul cambio di controllo che era già stata esercitata dalla compagnia nel 2022. E non è un caso isolato, perché solo pochi giorni prima era stata Fastweb – insieme a Vodafone – a muoversi sulla stessa lunghezza d’onda, inviando a Inwit una disdetta analoga che ora rischia di aprire un vero e proprio fronte giudiziario-industriale attorno al futuro delle torri.

La clausola del 2022 e la scadenza che può arrivare prima

Quel che conta, nel meccanismo contrattuale che Tim ha deciso di attivare, è il richiamo al cosiddetto Master service agreement (Msa), l’accordo quadro che dal 2015 – anno di nascita di Inwit, inizialmente costola della stessa Tim – regola l’accesso dell’operatore alle infrastrutture di rete. Una volta che la disdetta è stata deliberata dal cda, l’efficacia formale è stata fissata per l’agosto 2030, ma la stessa nota diffusa dalla società telefonica lascia intendere che quella data potrebbe non essere quella definitiva. Perché? Perché se venisse accertato – come Tim sta evidentemente verificando – che i termini contrattuali applicati da Fastweb e Vodafone per la loro disdetta sono corretti, allora anche per l’ex casa madre di Inwit la scadenza potrebbe anticipare di due anni. Una prospettiva, questa, che getta ombre lunghe sulla stabilità dell’intero perimetro infrastrutturale della tower company.

Inwit replica: la decisione spetta all’assemblea

Dall’altra parte della barricata, Infrastrutture Wireless Italiane ha già fatto sapere, con una nota secca, che una delibera di questo tipo non può essere considerata valida se non passa attraverso l’assemblea degli azionisti. Insomma, per Inwit il cda di Tim non avrebbe avuto i poteri per agire in autonomia su un tema così delicato come la risoluzione anticipata dell’Msa. Una contestazione che non è meramente formale, perché va a toccare il cuore della governance di un accordo che vale milioni di euro l’anno e che coinvolge migliaia di torri sparse su tutto il territorio nazionale. La replica di Tim, per ora, non è arrivata, ma la posta in gioco è altissima.

Il riassetto delle infrastrutture passive e la scia di Fastweb

Non si tratta, va detto, di una mossa improvvisa. Anzi, il dossier torri è ormai da mesi al centro di un profondo riassetto strategico che riguarda tutte le principali infrastrutture passive della telefonia italiana. Dopo che Fastweb – la compagnia guidata da Walter Renna – ha inviato la sua disdetta a Inwit, Tim non poteva restare a guardare senza esporsi a un rischio concorrenziale. La logica, per chi osserva i fatti da vicino, è quella di non farsi trovare impreparati in una fase in cui i vecchi contratti, ereditati da un’epoca diversa del mercato, non sembrano più adatti alle esigenze di operatori che vogliono ridisegnarsi le proprie reti in autonomia. E la scelta di Labriola, in questo senso, è coerente con la linea già tracciata in passato: separarsi gradualmente da ciò che non è più centrale nel business, ma senza farlo in modo traumatico. Almeno per ora.

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