L’ultimatum volgare di Trump e il conto alla rovescia per Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il presidente americano, che recentemente ha ripreso possesso dello Studio Ovale, ha scelto ancora una volta la sua bacheca digitale preferita, Truth Social, per lanciare un messaggio che difficilmente passerà agli annali della diplomazia. Con un linguaggio tanto crudo quanto esplicito, Donald Trump ha intimato all’Iran la riapertura totale dello Stretto di Hormuz entro martedì sera, fissando un orario preciso – le 20 – che ha trasformato il post in una sorta di countdown per il caos. «Aprite quel maledetto stretto, bastardi pazzi, o vivrete all'inferno – guardate un po'!», si legge nel messaggio, inframmezzato da bestemmie e riferimenti ironici alla divinità locale che hanno reso il tono ancora più provocatorio nei confronti della teocrazia degli Ayatollah. L’ultimatum, che sembra aver subito un improvviso slittamento di ventiquattr’ore – forse per permettere l’ennesimo giro di tavolo tra i mediatori – riguarda nello specifico le infrastrutture energetiche e i ponti, obiettivi che l’amministrazione considera strategici per far crollare l’economia del regime.

La replica di Teheran, tra sfida e accuse di crimini di guerra

La risposta, prevedibilmente durissima, è arrivata a stretto giro di posta dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, il quale ha utilizzato la piattaforma X per avvertire Washington delle conseguenze catastrofiche di una simile follia. «Le tue mosse sconsiderate stanno trascinando gli Stati Uniti in un vero e proprio inferno per ogni singola famiglia, e tutta la nostra regione brucerà», ha scritto Ghalibaf, accusando il tycoon di agire su ordine del premier israeliano Netanyahu e di perseguire una strategia basata esclusivamente sulla commissione di crimini di guerra. Non si tratta, in questo contesto, di mere esternazioni retoriche: proprio in queste ore, Amnesty International ha pubblicato una nuova inchiesta che certifica la natura indiscriminata di un attacco missilistico iraniano avvenuto il primo marzo nella città israeliana di Beit Shemesh. Quel raid, che ha spazzato via una sinagoga e il rifugio antiaereo sottostante, ha ucciso nove civili, tra cui quattro minorenni – tre dei quali fratelli – senza che nelle vicinanze fosse presente alcun obiettivo militare. Un rapporto che getta un’ombra pesante sulla condotta di Teheran, mentre il governo israeliano continua a giustificare i propri attacchi sul suolo persiano come necessari per il collasso del regime.

La strage di Qaleh Mir e il prezzo pagato dai bambini

Mentre i leader si scambiano minacce a distanza, il bilancio delle vittime civili si aggrava in modo drammatico, specialmente dalla parte iraniana. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Fars, vicina alle Guardie della Rivoluzione, un raid congiunto tra Stati Uniti e Israele ha preso di mira due abitazioni nella zona di Qaleh Mir, nella provincia di Teheran. Si tratta di un’area urbana densamente popolata, dove le bombe non hanno colpito basi militari ma semplici case. Il dato più sconvolgente, emerso dalle verifiche sul campo, riguarda l’identità delle vittime: tra i tredici morti accertati, sei sono bambini. Quattro femmine e due maschietti, tutti al di sotto dei dieci anni di età, sono stati strappati alla vita in quella che appare come l’ennesima strage di innocenti in un conflitto ormai fuori controllo. Un funzionario israeliano, interpellato dalla stampa, ha difeso la strategia sostenendo che «colpire obiettivi energetici porterà al collasso economico totale dell’Iran», ma sul terreno, quello che resta sono macerie e corpi senza vita di bambini.

Il post criptico e la tensione sull’asse energetico

La comunicazione della Casa Bianca si è fatta volutamente ambigua proprio a poche ore dalla scadenza. Oltre al turpiloquio, Trump ha pubblicato un secondo aggiornamento decisamente più laconico – «Martedì ore 20» – lasciando i commentatori internazionali nel dubbio se si tratti dell’ora X per i bombardamenti o semplicemente per una nuova conferenza stampa. Sul piano operativo, l’attenzione è tutta concentrata sullo Stretto di Hormuz, quel passaggio strategico attraverso cui transita una fetta significativa del petrolio mondiale e che attualmente risulta di fatto interdetto al traffico occidentale. La minaccia di “devastare tutto” se l’accordo non dovesse essere firmato entro il tramonto di martedì è reale, e secondo fonti diplomatiche, i mediatori regionali stanno correndo contro il tempo per cercare una tregua di 45 giorni che eviti l’escalation definitiva. Per ora, però, Teheran non ha mostrato alcun segnale di apertura, anzi: l’appello finale di Ghalibaf è stato chiaro nel ribadire che l’unica soluzione passa per il rispetto dei diritti del popolo iraniano, e non certo per la resa incondizionata sotto la minaccia delle bombe.

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