Mosca apre a una tregua, Putin: «Il conflitto volge al termine. Schröder? Per me è il mediatore ideale»
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Redazione Esteri
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La ritirata delle colonne corazzate dalla Piazza Rossa, sostituita da maxi-schermi che proiettano una potenza bellica forse più virtuale che reale, racconta meglio di ogni discorso ufficiale lo stato d’animo del Cremlino in questo 9 maggio 2026. Vladimir Putin, al culmine delle celebrazioni per il Giorno della Vittoria, ha infranto quella che fino a ieri sembrava una narrazione monolitica, aprendo uno spiraglio – per quanto monitorato e condizionato – verso una risoluzione del conflitto che dura ormai da oltre quattro anni. «Penso che la guerra stia finendo», ha dichiarato il leader russo davanti ai giornalisti, rompendo gli indugi proprio mentre a Bruxelles, come un curioso contrappunto diplomatico, si iniziava a discutere di «questioni comuni in materia di sicurezza».
Se da un lato il capo del Cremlino ha rivendicato la necessità di raggiungere tutti gli obiettivi dell’«operazione militare speciale» (un’eufemisma, quest’ultimo, che diventa sempre più difficile sostenere quando le perdite si accumulano e l’economia nazionale scricchiola sotto il peso delle sanzioni), dall’altro ha indicato una direzione precisa, quasi una personale preferenza, per i futuri tavoli negoziali. La sua candidatura di punta non è un generale o un attuale funzionario europeo, bensì un volto noto della vecchia guardia continentale: l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, legato a Mosca da anni di rapporti commerciali e politici spesso oggetto di critiche in patria ma evidentemente ancora ritenuto una pedina utile per sbloccare l’impasse.
Una tregua di tre giorni, tra bombe denunciate e speranze americane
A fare da sfondo a questa improvvisa apertura verbale c’è un quadro operativo contraddittorio, che getta ombre lunghe sulle reali intenzioni dei contendenti. È entrata in vigore proprio ieri, proprio il 9 maggio, una tregua della durata di settantadue ore. Un cessate il fuoco fragile, voluto e mediato dall’amministrazione Trump, dove il presidente degli Stati Uniti – ormai stabilmente insediato alla Casa Bianca da più di un anno – ha caldeggiato l’intesa auspicando che potesse rappresentare «l’inizio della fine». L’accordo prevede tecnicamente anche uno scambio di mille prigionieri per parte, un gesto di reciproca buona volontà che nelle guerre logoranti serve spesso a testare la tenuta della distensione.
Tuttavia, anche solo nelle ore antecedenti l’entrata in vigore del patto, Kiev non ha smesso di denunciare la pressione delle artiglierie russe. Una consuetudine ormai triste di questo conflitto vede le tregue più solenni infrangersi contro la realtà dei bombardamenti notturni; e se da Mosca si parla di pace, i fatti raccontati dall’Ucraina suggeriscono che il silenzio delle armi sia ancora un miraggio. Questo contesto di reciproca diffidenza è la vera posta in gioco per Schröder, qualora accettasse il ruolo di mediatore: un tentativo di ricucire uno strappo che nemmeno la diplomazia più esperta è riuscita finora a rattoppare.
La piazza vuota e la strategia dei maxischermi: il paradosso della vittoria
Osservando la diretta dalla capitale russa, colpisce un dettaglio non secondario. La parata, simbolo per eccellenza della potenza militare russa, ha subìto una metamorfosi forse più eloquente di qualsiasi dato economico. Ieri sera, a sfilare sulla Piazza Rossa non sono stati i carri armati o i sistemi missilistici intercontinentali, bensì i militari a piedi e, imponenti e raddoppiati rispetto agli anni precedenti, i monitor televisivi. Lo schermo ha dovuto supplire alla mancanza di mezzi corazzati, proiettando filmati di combattimenti e reportage dalle unità missilistiche, come se la nazione avesse bisogno di essere rassicurata con immagini di repertorio di una potenza che la parata dal vivo non era più in grado di esibire.
È un’immagine che stride con la retorica della fermezza. Se la guerra fosse davvero così lontana dalle porte di casa e così saldamente in controllo come il Cremlino vuole far credere, perché nascondere i “pugnali” e mostrare solo i “simulacri”? La scelta di non esporre le colonne blindate, attribuita ufficialmente a ragioni di sicurezza o di impegno operativo dei mezzi al fronte, tradisce una vulnerabilità tattica. E in questo vuoto di acciaio, la dichiarazione di Putin suona meno come un proclama di vittoria e più come un tentativo di preparare l’opinione pubblica – interna ed esterna – a una resa dei conti negoziata.
Schröder, l’amico di Mosca e le nuove architetture di sicurezza
Perché proprio Schröder, ci si potrebbe chiedere, e non un diplomatico in carica o una figura più neutrale come quelle turche o saudite? La risposta risiede nella natura della proposta: Putin cerca un interlocutore europeo che capisca le logiche energetiche e politiche del continente, qualcuno che guardi con pragmatismo ai vecchi affari, lontano dall’attuale establishment di Bruxelles che il Cremlino considera ormai irrimediabilmente ostile. La menzione di Schröder arriva in parallelo ai richiami mossi da Bruxelles sulla possibilità di «affrontare le questioni comuni in materia di sicurezza», un’apertura timida ma significativa da parte europea.
L’ex cancelliere, con la sua rete di contatti nel settore del gas e la sua storica opposizione alla demonizzazione della Russia, viene percepito al Cremlino come una chiave di volta per rompere l’isolamento occidentale. Naturalmente, una simile candidatura è tutt’altro scontata e solleverebbe non poche polemiche in Germania e in Europa, dove la sua vicinanza a Putin è stata spesso condannata. Tuttavia, in una fase in cui la guerra sembra aver esaurito la sua spinta propulsiva (se non la sua capacità di fare vittime), l’idea di un negoziatore “eterodosso” potrebbe rappresentare l’extrema ratio per uscire dall’angolo. Al momento, la tregua è in vigore, ma il destino della pace dipenderà dalla capacità delle parti di trasformare queste settanta due ore – minate dalle reciproche accuse – in un percorso politico stabile.




