La Vardera lancia lo “sfratto” a Schifani, e il campo largo si prende Agrigento con un plebiscito
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Redazione Interno
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Nello storico feudo della Democrazia Cristiana, quello che per decenni è stato un bastione inespugnabile del moderatismo e del trasformismo più abile, il vento del cambiamento ha spazzato via ogni certezza. È con un margine che assume i contorni del plebiscito – il 72,31% contro il 27,67% – che Michele Sodano, volto nuovo ma politicamente navigato del movimento “Controcorrente”, si insedia alla guida del Comune di Agrigento, consegnando al centrosinistra una vittoria storica che nessuno, fino a pochi mesi fa, avrebbe saputo pronosticare.
A farne le spese, in questo tsunami elettorale, è il candidato del centrodestra Dino Alonge, la cui candidatura – già compromessa da una spaccatura interna alla coalizione emersa con evidenza sin dal primo turno – è letteralmente affondata sotto il peso di un risultato che non ammette repliche.
Il dato, tuttavia, non racconta solo la débâcle della destra sull’isola, dove il governatore Schifani vede così incrinarsi il proprio consenso in una delle province più simboliche; esso certifica soprattutto l’efficacia di un’operazione politica nata sotto il segno dell’ex giornalista e attuale deputato all’Ars, Ismaele La Vardera.
Quest’ultimo, fondatore del movimento che ha portato Sodano al successo, non ha esitato a definire l’esito delle urne come “l’inizio dello sfratto” per la giunta regionale, un avvertimento chiaro che trasforma Agrigento in un laboratorio politico immediatamente esportabile.
La forza del cosiddetto “campo largo” – che in questa circostanza ha visto convergere senza tentennamenti il Partito Democratico, Casa Riformista e un tacito sostegno esterno del Movimento 5 Stelle – ha così dimostrato di sapere ricomporre le proprie divergenze ideologiche quando si tratta di contrastare un nemico comune, trovando in Sodano un catalizzatore perfetto per il voto di protesta e di rinnovamento.
L’uomo del sorpasso e i numeri della débâcle
Sodano, che a 36 anni vanta un curriculum eterogeneo: dalla laurea alla Bocconi a un master a Copenaghen, passando per una fugace (e per certi versi singolare) partecipazione a X Factor e un mandato da deputato del M5s interrotto prima del previsto per la scelta di astenersi sulla fiducia al governo Draghi. Una carriera, la sua, costellata di svolte improvvise, culminata nell’abbraccio con la creatura politica di La Vardera, un matrimonio di convenza che ha dato i suoi frutti più dolci proprio nello storico Palazzo dei Giganti.
L’ex candidato del centrodestra, Alonge, pur potendo contare su una base formale che includeva Fratelli d’Italia, Forza Italia e l’Udc, non è mai riuscito a scollinare oltre la soglia del 27%, un verdetto che la piazza ha emesso senza possibilità di appello già dalle prime proiezioni della notte elettorale.
A rendere ancor più amaro il calice per la destra è la consapevolezza che la vittoria di Sodano si consuma nonostante la sua coalizione sia destinata a restare in minoranza all’interno del consiglio comunale – una sorta di scherzo della legge elettorale che potrebbe trasformare il governo della città in un’impresa ancora più ardua del previsto.
Le reazioni a caldo e lo scenario regionale
Se è vera la massima che le amministrative si vincono sui territori ma si commentano in chiave nazionale, allora la serata di domenica ha regalato alla sinistra un assist di quelli pesanti.
Il segretario regionale del Pd, Anthony Barbagallo, aveva preparato il terreno nei giorni precedenti, chiedendo ai suoi “pancia a terra” per trasformare l’entusiasmo di Agrigento in una leva per “liberare la regione da un sistema criminogeno” – un’espressione, quest’ultima, che carica di tensione morale e politica la sfida che attende La Vardera e i suoi alleati in vista delle prossime regionali.
Il leader di “Controcorrente”, dal canto suo, si trova oggi alla guida di un movimento che ha infranto un tabù storico, quello di conquistare un capoluogo siciliano al di fuori degli schemi tradizionali della Dc prima e di Forza Italia poi. E lo ha fatto parlando, come lui stesso ama ripetere, “anche ai delusi del centrodestra”, intercettando quel bacino di malcontento che le urne hanno tradotto in numeri bulgari.
Agrigento diventa così il simbolo di una possibile inversione di tendenza, un laboratorio politico dove l’unità del campo largo, se sostenuta da un candidato capace di attrarre consensi trasversali, riesce a scardinare persino i feudi più blindati.
L’affluenza, scesa drasticamente al 41,03% dal 59,19% del primo turno, non ha impedito alla marea grigiorossa di sommergere le urne. Un dato, quello della partecipazione in calo, che interroga i vincitori tanto quanto gli sconfitti: se da un lato la bassa affluenza premia solitamente gli elettorati più motivati e radicalizzati, dall’altro riduce il margine di manovra per rivendicare un cambiamento epocale. Per Sodano e La Vardera, però, il dado è tratto.
La partita, adesso, si sposta sui binari della politica regionale, dove l’assalto a Palazzo d’Orleans è già iniziato e dove i numeri di questo plebiscito di provincia peseranno come macigni nella bilancia delle alleanze future.




