Canottieri Roma, il licenziamento per il "tu" negato: la versione della dipendente

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel cuore del circolo più esclusivo della capitale, dove le regole non scritte e quelle ufficiali si intrecciano a disegnare un codice sociale rigido, una vicenda di lavoro, apparentemente banale, si è trasformata in un caso destinato a finire dinanzi a un giudice. La scorsa estate, infatti, il Circolo Canottieri Roma ha licenziato in tronco una dipendente storica, un’addetta alle pulizie con ventiquattro anni di servizio, a seguito di un dialogo in cui, a detta della direzione, la donna si sarebbe rivolta a una socia utilizzando il “tu” invece del prescritto “lei”. Un gesto, in quel contesto, considerato una violazione grave del protocollo e del decoro che l’istituzione, che ha annoverato tra i suoi membri figure di spicco della vita pubblica nazionale, ritiene di dover preservare.

La difesa del circolo: una questione di richiami precedenti

La versione ufficiale del circolo, portata avanti dal presidente Paolo Vitale e dal direttore, ridimensiona notevolmente il peso formale dell’episodio del “tu”, descrivendolo piuttosto come “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Secondo la loro ricostruzione, la dipendente aveva già alle spalle una serie di richiami disciplinari, quattro in totale, di cui due classificati come gravi, per altre questioni verificatesi precedentemente. Il licenziamento, quindi, non sarebbe stato la sproporzionata reazione a una semplice svista linguistica, bensì l’esito inevitabile di un percorso lavorativo costellato da inadempienze, con l’ultima vicenda a rappresentare soltanto il culmine di una condotta già sanzionata.

La replica della lavoratrice: un pretesto per chiudere un rapporto

Contro questa narrazione, però, si leva ora la voce diretta della donna, che in un’intervista ha respinto punto per punto le accuse, offrendo una prospettiva diametralmente opposta. “Non voglio passare per quella che è stata licenziata per una cosa che non ho mai fatto”, ha dichiarato, rigettando l’idea che il “tu” alla socia sia stato la vera causa della risoluzione del rapporto. Secondo il suo racconto, quell’episodio sarebbe stato utilizzato come un pretesto, una scusa formale per metterla alla porta dopo tanti anni di lavoro, in un momento in cui, a suo dire, avrebbe anche affrontato difficoltà personali legate alla salute del figlio. La sua difesa mette in luce la mancanza di un vero confronto prima del provvedimento estremo e dipinge un quadro di un licenziamento sbrigativo e ingiustificato.

Il contenzioso legale: solo i fatti accertati faranno chiarezza

Con le due parti così saldamente attestate su posizioni inconciliabili, l’unica via per cercare una verità giudiziaria è ormai quella del tribunale. La dipendente, assistita da un legale, ha avviato le azioni necessarie per contestare la legittimità del licenziamento, sostenendo che sia stato un atto discriminatorio e ingiusto. La disputa, che va ben oltre la semplice questione dell’allocuzione formale, tocca temi centrali nel diritto del lavoro, come la proporzionalità della sanzione, la correttezza della procedura disciplinare seguita e l’effettiva sussistenza dei precedenti addebiti. L’esito del procedimento giudiziario, dunque, sarà chiamato a stabilire se si sia trattato di una necessaria difesa del regolamento interno da parte del circolo o della punizione eccessiva di una dipendente di lungo corso.

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