manovra da 12 miliardi, banche e assicurazioni pagano il conto più salato
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Redazione Economia
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Dopo due mesi di confronti serrati, che hanno visto da un lato il governo tenere una linea dura e dall’altro le rappresentanze di categoria tentare di arginare i danni, la legge di Bilancio impone al settore creditizio e a quello assicurativo un prelievo straordinario di circa 12 miliardi di euro. Un esito, questo, che appare come la logica conseguenza della posizione assunta fin dall’inizio dall’esecutivo, il quale non ha mai fatto mistero di considerare inevitabile un contributo da parte di chi, come le banche, ha chiuso l’ultimo esercizio con utili complessivi vicini ai 45 miliardi. Braccio di ferro politico a parte, contrassegnato dalle dichiarazioni del vicepremier Matteo Salvini, il quale aveva minacciato ritorsioni per ogni lamentela, si è svolta parallelamente una fitta attività negoziale tra Palazzo Chigi, il Ministero dell’Economia e le associazioni di settore, mirata a trovare un punto di equilibrio che, seppur oneroso, potesse essere definito accettabile.
Le misure che compongono il prelievo
Il pacchetto di interventi che grava sui due comparti è articolato e agisce su più fronti, intercettando diverse voci di reddito. L’innalzamento di due punti percentuali dell’Irap per banche e compagnie di assicurazione costituisce una delle leve principali, destinata a produrre un gettito sostanzioso e continuativo. A questa si aggiunge, come elemento di maggior impatto immediato, il contributo straordinario sugli extraprofitti degli istituti di credito, calcolato su quella porzione di guadagni che eccede le medie storiche. Chiude il triangolo delle misure più significative la sospensione, per il solo 2026, della deducibilità fiscale delle componenti negative legate alle Deferred Tax Assets (DTA), cioè quei crediti d’imposta sorti in periodi di perdite che le aziende avrebbero potuto portare in diminuzione nei bilanci futuri.
Il contesto e le ragioni del provvedimento
La decisione di attingere in modo così consistente da questi specifici settori non nasce, come è evidente, in un vuoto politico, ma si inserisce in un più ampio disegno di recupero di risorse per finanziare gli impegni di manovra. La cifra record di utili bancari, ampiamente evidenziata nella comunicazione pubblica delle ultime settimane, ha fornito il perno argomentativo attorno al quale è ruotata l’intera operazione, rendendo di fatto insostenibile per l’esecutivo l’ipotesi di non chiedere un contributo. Se ne ricava un quadro in cui la necessità di bilanciare i conti pubblici ha finito per prevalere sulle resistenze degli operatori, i quali dovranno ora metabolizzare un aggravio di costo non trascurabile.
Gli effetti sul sistema e la percezione pubblica
Al di là degli aspetti contabili, che vedono lo Stato incrementare in modo significativo le entrate grazie a questo pacchetto, la vicenda solleva questioni più ampie sul rapporto tra istituzioni e grandi gruppi finanziari in periodi di crisi economica diffusa. La trattativa, per quanto condotta attraverso canali istituzionali, non ha potuto prescindere dal clima creato dalle dichiarazioni pubbliche di alcuni esponenti di governo, le quali hanno indubbiamente contribuito a innalzare la posta in gioco. Per il cittadino comune, che pure è il destinatario finale, almeno nelle intenzioni, delle risorse così raccolte, l’intera operazione assume i contorni di un riallineamento, un tentativo di riequilibrio in un periodo in cui le difficoltà finanziarie delle famiglie sono al centro del dibattito politico.




