L’autosospensione di Rocchi e le crepe nel sistema arbitrale: l’inchiesta di Milano mette in luce il malessere profondo

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’ingresso in Figc di Renzo Ulivieri, alla vigilia del consiglio federale che si è riunito per fare i conti con l’ennesima scossa tellurica che attraversa il pallone italiano, ha offerto una lettura chiara e netta della posizione della sua categoria. Il numero uno dell’AssoAllenatori, interpellato sull’indagine che vede sotto la lente d’ingrandimento della Procura di Milano il designatore Gianluca Rocchi e il supervisore Var Andrea Gervasoni, ha definito l’autosospensione dei due indagati non solo come un atto dovuto, ma come la scelta più opportuna in un momento di grande turbolenza. "Per un dovere di opportunità i due indagati si sono autosospesi dalle loro funzioni", ha spiegato Ulivieri, sottolineando come, sebbene non fossero obbligati a farlo, quella decisione rappresenti comunque la strada più corretta da percorrere per preservare l’istituzione.

Mentre la macchina della giustizia ordinaria si mette in moto, con gli interrogatori di Rocchi e Gervasoni fissati per il 30 aprile in una caserma della Guardia di Finanza a Milano, le voci degli addetti ai lavori iniziano a dipanare la matassa di un caso che potrebbe rivelarsi molto più complesso di un semplice sospetto di frode sportiva. Da una parte, il legale di Rocchi, l’avvocato Antonio D’Avirro, ha fatto sapere che l’ex arbitro – al centro di un’accusa pesante che ipotizza un presunto accordo per designazioni "gradite" risalente al 2 aprile scorso a San Siro – potrebbe scegliere la strada del silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere, motivata dalla mancata conoscenza completa del fascicolo. Dall’altra, il giornalista Giancarlo Padovan, intervenuto a "Un Calcio alla Radio" su Radio Napoli Centrale, ha provato a ribaltare la prospettiva. Secondo il suo punto di vista, Rocchi potrebbe aver commesso degli errori di metodo, ma la sua presunta intenzione – laddove fosse provata – sarebbe stata quella di correggere errori arbitrali "sul campo" piuttosto che alterare i risultati, un’operazione che, paradossalmente, finirebbe per esporre la fragilità tecnica della classe arbitrale anziché la sua malafede.

La strategia dietro il silenzio e le testimonianze che pesano come macigni

La decisione di non presentarsi all’interrogatorio, ventilata dal difensore D’Avirro, non è un dettaglio di poco conto, ma una chiara indicazione della strategia difensiva adottata in una fase ancora preliminare del procedimento. "Rocchi voleva presentarsi, ma ho deciso io di rinunciare perché, allo stato, non avendo conoscenza del fascicolo delle indagini preliminari, ritengo di non essere in grado di svolgere efficacemente il mandato difensivo", avrebbe spiegato il legale, una frase che getta un’ombra lunga sulla completezza dell’istruttoria finora notificata. In netto contrasto con questa linea, Gervasoni sembra invece intenzionato a presentarsi di fronte ai magistrati, probabilmente per respingere le contestazioni che lo vedono coinvolto – tra le altre cose – nella gestione della sala Var di una specifica partita di campionato, cercando così di chiarire la propria posizione senza attendere ulteriori sviluppi.

Non si ferma intanto il lavoro degli inquirenti, che stanno setacciando un vasto materiale probatorio composto da intercettazioni e filmati acquisiti dalla sala Var di Lissone, il cuore nevralgico dei controlli tecnologici del calcio italiano. In questo panorama di accuse e smentite, emerge con forza la figura di Eugenio Abbattista, ex arbitro e Varista originario di Molfetta, le cui dimissioni dall’Aia risalgono ormai a più di un anno fa, precisamente al marzo del 2024. La sua voce, ascoltata dal pm Maurizio Ascione, si aggiunge a quella di altri testimoni che hanno deciso di rompere il muro di omertà che per anni ha avvolto i meccanismi interni di valutazione e carriera. Le sue parole – che parlano di un "treno impantanato nel puzzo del pregiudizio" e di una gestione basata su correnti ed epurazioni – rappresentano oggi una delle chiavi di lettura più cruente per capire il malessere che aveva spinto più di un professionista ad abbandonare la nave prima dello scoppio del caso.

Speculazioni e crepe interne: la classe arbitrale sotto accusa

Mentre la bufera giudiziaria avanza, il dibattito si infiamma anche sul piano dell’analisi giornalistica. La speculazione formulata nei giorni scorsi da Tancredi Palmeri, che ipotizzava la natura delle prove a carico di Rocchi, sembra trovare un riscontro sempre più credibile negli sviluppi investigativi. Il ragionamento del giornalista, che parlava di una riunione per scegliere gli arbitri graditi al club nerazzurro basandosi esclusivamente sulla testimonianza di un arbitro (o ex arbitro) presente, si sposa perfettamente con la circostanza che nessun dirigente di club risulti al momento iscritto nel registro degli indagati. L’attenzione, insomma, resta concentrata esclusivamente sull’ecosistema arbitrale, dove si starebbe consumando una sorta di resa dei conti interna tra chi è stato "dismesso" – come l’assistente Domenico Rocca, autore di un esposto – e chi invece detiene o deteneva il potere.

In questo clima di sospetto generalizzato, le invettive di Padovan risuonano come un campanello d’allarme sulla "povertà morale" che attanaglia quello che dovrebbe essere il dei giudici di gara. "C’è una crisi sistemica", ha tuonato il giornalista, evidenziando come queste dinamiche punitive e queste "vendette" tra colleghi finiscano per minare alla base la credibilità dell’intero movimento. La sensazione, condivisa da più parti, è che si assista a un’escalation in cui la lotta per la sopravvivenza all’interno di una casta chiusa e autoreferenziale ha finito per prevalere sulla funzione tecnica e sportiva. Il caso di Udinese-Parma, menzionato dagli inquirenti come una delle gare sotto osservazione, diventa l’esempio plastico di questo paradosso, dove l’intervento in Var per correggere un errore palese viene paradossalmente letto dalla Procura non come un atto dovuto, ma come un potenziale elemento di reato se orchestrato da figure esterne al semplice fischietto in campo.

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