Ancona, uccide la moglie ma non è femminicidio: la procura esclude la prevaricazione di genere
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Redazione Interno
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Non sarebbe inquadrabile come femminicidio, secondo quanto emerso finora dalle prime valutazioni della procura di Ancona, l'omicidio di Luigia Fortunato, la trentatreenne uccisa a coltellate nella sua abitazione di Loreto, in provincia di Ancona, nella serata di giovedì 9 luglio.
Il presunto autore del delitto, l'ex compagno Sami Khemaies, è stato fermato con l'accusa di omicidio volontario aggravato, ma per gli inquirenti, al momento, non sussisterebbero quegli elementi di discriminazione o di volontà di prevaricazione legata al genere della vittima che caratterizzano la nuova fattispecie di femminicidio introdotta dalla recente riforma del codice penale.
La dinamica e la confessione
Secondo la ricostruzione degli investigatori, il delitto è maturato al culmine di una lite scoppiata all'interno dell'appartamento di via Bramante 194, dove la coppia, ormai separata da tempo, continuava a convivere per permettere al figlio di sette anni di avere entrambi i genitori vicini. Khemaies, 39 anni, di origini tunisine, ha raccontato di essere stato minacciato dalla donna con un coltello, una versione che sarà vagliata dagli inquirenti.
Dopo l'aggressione, l'uomo è uscito di casa con i vestiti sporchi di sangue, si è presentato alla caserma dei carabinieri di Porto Recanati confessando l'omicidio. I primi rilievi sul corpo della vittima hanno evidenziato numerose ferite da taglio sulle braccia e sull'addome, che suggeriscono un tentativo di difesa prima di essere sopraffatta.
Le indagini e le fasi processuali
Sami Khemaies è stato trasferito nel carcere di Montacuto, ad Ancona, dove è in attesa dell'udienza di convalida del fermo, fissata per lunedì 13 luglio davanti al gip Carlo Cimini, alla quale parteciperà in videocollegamento. Le indagini sono coordinate dal pm Rosario Lioniello e affidate ai carabinieri del Nucleo Investigativo di Osimo e della compagnia di Porto Recanati.
Per martedì 14 luglio è stata disposta l'autopsia sul corpo di Luigia Fortunato, che sarà eseguita dal medico legale Angelo Montana all'obitorio dell'ospedale di Torrette, ad Ancona. L'esame autoptico, insieme agli accertamenti scientifici sull'arma del delitto, un coltello da cucina sequestrato, sarà determinante per chiarire la dinamica esatta e stabilire la compatibilità tra le lesioni e la versione fornita dall'indagato.
Il contesto familiare e le precedenti vicende giudiziarie
La relazione tra Luigia Fortunato e Sami Khemaies era caratterizzata da una forte conflittualità, alimentata anche dal passato giudiziario dell'uomo, che aveva scontato una pena detentiva per reati legati allo spaccio di droga. La donna, originaria di Cerignola e molto conosciuta a Loreto dove lavorava come operaia, aveva riaccolto l'ex compagno in casa dopo il suo rientro in Italia, per evitare che il distacco dal figlio fosse traumatico.
Tuttavia, secondo quanto riferito dalla madre della vittima agli inquirenti, la situazione era diventata insostenibile. Alla base dell'ennesimo litigio che ha portato alla tragedia, sembra esserci il pressing dell'uomo sulla gestione del bambino e le sue pretese di riallacciare il rapporto. Non risultano, a oggi, denunce per maltrattamenti o interventi dei servizi sociali che avessero fatto presagire un epilogo di tale violenza.
I riscontri scientifici e le versioni contrapposte
La difesa di Khemaies ha già annunciato la propria versione dei fatti: secondo il legale Simone Matraxia, l'uomo ha dichiarato di essersi impadronito del coltello impugnato dalla stessa Luigia Fortunato, la quale lo avrebbe minacciato durante il litigio. Una ricostruzione che contrasta con l'evidenza delle lesioni difensive riscontrate sul corpo della vittima, che raccontano di una disperata resistenza.
Le tracce biologiche e le impronte sull'arma, attualmente in fase di analisi da parte del Racis e del Sis, potranno fornire elementi decisivi per stabilire la verità. L'udienza di convalida del fermo e la successiva autopsia rappresentano i prossimi passaggi fondamentali di un'indagine che dovrà chiarire non solo le responsabilità individuali, ma anche se, al di là della qualificazione giuridica, gli elementi raccolti possano ricondurre il gesto a una radice culturale di sopraffazione.




